Intervento per il Progetto Famiglia

Intervento presentato il 17 Aprile 2008 per il Progetto Famiglia, Scuola di formazione per Genitori, promosso dall'ISTITUTO COMPRENSIVO STATALE "B.BIZIO" - Longare Vicenza.

Percorso di due incontri mirato a facilitare la relazione e a gestire i piccoli conflitti tra genitori e figli.

Marco Inghilleri (psicologo - Psicoterapeuta)

 

Educare alle differenze per aumentare l’autostima

 

[...] In ambito clinico e psicoterapeutico, opero molto sia con coppie e famiglie che potremmo indicare come classiche, cioè formata da madre, padre e figli, sia con famiglie costituite da genitori separati o divorziati o conviventi e figli , sia con le nuove configurazioni familiari rappresentate da coppie omosessuali dove, talvolta, sono presenti anche i figli di un precedente matrimonio o convivenza eterosessuale o dove la coppia (in questo caso una coppia lesbica) è anche una coppia di genitori in quanto una delle due partner è ricorsa alla fecondazione medicalmente assistita.

Come psicologo, dunque, posso dire di avere una buona prospettiva da cui guardare il mondo delle diverse costellazioni familiari che caratterizzano lo scenario sociale attuale, dei loro cambiamenti e dei molteplici problemi che in seno ad esse possono sorgere e generarsi.

In verità, devo confessarvi, che a seguito dell’incontro della scorsa volta, ho deciso di modificare radicalmente il modo in cui avevo intenzione di affrontare il tema di questa sera, in quanto sono restato particolarmente colpito dalla richiesta, nemmeno troppo implicita, troppo velata, indirizzata allo psicologo, di dare risposte certe e definite rispetto alla variegata eterogeneità, o ai diversi modi in cui si esercita la funzione ed il ruolo di genitore.

Mi ha colpito questa circostanza perché è una domanda basata su di una aspettativa magica che non corrisponde, o meglio non dovrebbe corrispondere, al mandato sociale di cui è investito il mio ruolo di Psicologo, di psicoterapeuta e soprattutto di studioso degli esseri umani.

Mi vedo pertanto costretto a dovervi dare una delusione: Io non prescrivo comportamenti. Io non possiedo la verità e nemmeno la cerco. Ma in modo particolare io non celebro riti riassicuratori rispetto all’ansia sana e naturale che ciascun genitore prova di fronte alla sfida di crescere un figlio o una figlia, sentendosi giustamente responsabile del proprio compito educativo. In poche parole io non vi dirò mai chi siete o cosa dovete fare.

Quello che posso fare è semplicemente di lasciarvi liberi di decidere cosa sia giusto e bene per voi da soli, mettendovi nella condizione di scegliere, da soli, il vostro percorso come famiglie e di definire in autonomia il vostro ruolo di genitori.

Come potrei venir qui a parlarvi di educare alle differenze, se non fossi io il primo a rispettare queste differenze? Se non fossi io il primo a rispettare il punto di vista di ciascuno di voi, magari prescrivendovi comportamenti rispetto all’adeguatezza dei vostri ruoli di madri e di padri, dicendovi come deve essere il buon padre o la buona madre, proponendovi ricette utili a tutte le situazioni o, peggio, universalizzando delle regole a cui doversi attenere per ottenere la patente di bravo genitore.

Forse, se così facessi, sicuramente otterreste quelle risposte rassicuranti che solitamente gli esperti della televisione riescono a dare. Avreste una guida, un riferimento a cui appellarvi, che vi sollevi dalla responsabilità delle vostre scelte. Avreste sicuramente più certezze. Ma questo non è il compito che spetta alle discipline psicologiche in questa società di uomini e donne liberi. Le scienze psicologiche non hanno il compito di esercitare una sorta di controllo sociale sui comportamenti degli esseri umani, al più, quello che possono fare è di servire gli individui a diventare padroni di se stessi – a questo proposito ricordo che la parola Therapeia, terapia, significa in una sua accezione, essere a servizio di qualcuno, servire un altro.

Non è certo incarnando l’autorità dell’esperto che posso fare qualcosa per le persone. Ciò che io posso fare è soltanto di mettervi nella condizione di scegliere la vostra vita senza che queste scelte siano il riflesso di ipoteche esistenziali che vi siete ritrovati a dover pagare senza mai aver contratto debito, in modo che tali scelte vi appartengano ed esprimano le persione che siete.

Pertanto, fatta questa lunga ma necessaria introduzione, un’altra affermazione che vorrei fare è che un termine che cordialmente mi sta antipatico è il termine di educazione.

Per educazione si intende comunemente quel complesso di operazioni dirette a fornire a una persona, di solito al bambino o all’adolescente, tutte le informazioni e le norme che lo rendano adatto a vivere secondo i suggerimenti e le esigenze del costume in cui quella persona è inserita. Scopo dell’educazione, dunque, non è quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione e quindi renderlo felice, ma di fa sì che l’individuo si adatti a quel tanto di infelicità che gli viene imposto da un sistema dato e considerato immutabile e indiscutibile.

L’educazione tende a fare in modo che l’uomo e la donna vivano liberamente la propria mancanza di libertà. Ne consegue che il cittadino bene educato non è colui che cerca di rendere felice la vita propria e altrui e che cerca di favorire la realizzazione di questo obiettivo, bensì è colui che si è ben adattato a un sistema di regole, che lo accetta e che, per sua propria scelta, vi partecipa, evitando i conflitti con l’ambiente in cui vive e i problemi collegati alle manifestazioni del dissenso. In breve è colui che si è totalmente conformato ai valori del conformismo e del perbenismo sociale.

La famiglia, esattamente come la scuola, come istituzione a cui è demandata la funzione educatrice, ha precisamente questo scopo: non permettere a nessuno dei suoi membri di evadere dalla prigione dei ruoli che gli sono stati assegnati. Chi trasgredisce ecco che inevitabilmente diventa il problema, il deviante, il diverso o peggio l’elemento patologico del sistema che occorre correggere, educare, curare, guarire, ricondurre alla retta via o all’ovile.

Ecco, dunque, l’importanza che è attribuita alla famiglia di volta in volta definita come famiglia naturale o come famiglia tradizionale, esaltata per essere la portatrice di valori assoluti che tuttavia non vengono mai nominati, sempre coniugata al singolare e mai al plurale, perché si potrebbe pensare, se fosse diversamente, che forse ci sono più valori che occorre rispettare e difendere, che forse sono molteplici i diritti e i doveri degli esseri umani. Che forse la famiglia naturale o tradizionale non esiste, è solo un’astrazione a cui nulla corrisponde, inventata dalla demagogia in cerca di consensi. Forse ci si potrebbe accorgere che ci sono mille modi di fare famiglia, tante quante sono le possibilità degli esseri umani di costruire gruppi basati sulla solidarietà e l’affetto. Forse ci si potrebbe accorgere che la famiglia è un universo eterogeneo e variegato di famiglie che si organizzano con tante regole diverse.

La famiglia davvero potrebbe essere un luogo dove poter crescere e svilupparsi come persone, sia per i figli che per i genitori. Eppure, troppo spesso, si configura come sistema caratterizzato da mille ricatti affettivi e morali, come spazio in cui si raccolgono le comunicazioni contraddittorie che bloccano le persone (figli e genitori) in paradossi senza soluzioni che generano malessere nelle persone che la compongono e dove le aspettative reciproche e le attribuzioni di ruolo implicite impediscono un autentico incontro e un’autentica relazione. La famiglia, dunque, troppo spesso risulta essere patogena, portatrice sana e inconsapevole di profondo disagio e di profondi sensi di colpa.

Il più classico e anche il più diffuso dei circoli viziosi che riescono ad imprigionarci all’interno delle nostre relazioni familiari e che ognuno di noi ha subito o ingiunto, è rappresentato dalla frase tipica : “se mi vuoi bene allora fai questo o sii questo”, che possiamo esplicitamente comunicare o implicitamente sottendere attraverso il nostro comportamento con l’altro.

Bene in questo caso lasciamo al nostro familiare (che può essere un nostro genitore, nostra moglie, nostro marito o nostro figlio o nostra figlia) due alternative possibili:

· O disconoscere se stesso, i propri bisogni e adeguarsi alla nostra prescrizione e alle nostre aspettative, per timore di non perdere il nostro affetto, costringendolo, in pratica, a incarnare un ruolo che non gli corrisponde e che sente come estraneo pur di salvaguardare una relazione affettiva importante. In sostanza, cioè, in tal modo, lo costringiamo ad alienarsi, a rendersi estraneo a se stesso, a smarrire la propria identità pur di non perdere il nostro amore.

· Oppure lo mettiamo nella condizione di dover restare fedele a se stesso, alla propria identità, sentendosene però in colpa, perché disconosce le nostre aspettative. Pertanto, a seguito di ciò, lo facciamo sentire responsabile di mettere a rischio la relazione affettiva, in quanto diverso, facendogli così temere di non essere abbastanza amato, di sentirsi sbagliato o addirittura imperfetto e inadeguato, giacché non è chi volevamo egli o ella fosse.

Entrambe queste soluzioni hanno effetti negativi e terribili per le persone, perché qualsiasi scelta si debba mettere in opera, comporta comunque una perdita o della propria identità o dell’approvazione, del sostegno e dell’amore di chi si ritiene importante per la propria esistenza e per la propria vita.

L’adesione a una di queste due possibilità genera una sorta di autoinganno capace di generare molti dei problemi che tento di affrontare con le persone che si rivolgono al mio studio, perpetuandosi finché resta occultato e nascosto in quelle regole normative e implicite che caratterizzano ogni gruppo umano.

La prima scelta, quella del disconoscimento di se stessi, porta con se il tremendo destino di sviluppare una sorta di normopatia che ci rende succubi di ogni forma di autorità interna o esterna, configurando il disagio e la sofferenza in certe forme di dipendenza e di mancanza di autonomia. Se diamo questa soluzione al paradosso che ci imprigiona, la nostra esistenza è sempre vissuta in funzione degli altri, rendendoci nient’altro che un ombra di un me stesso mai esistito. La nostra identità allora diventa così qualcosa che viene definito da chi incarna il ruolo dell’autorità o dalle persone a cui conferiamo questo potere, cioè restiamo in balia di chi ha il potere della definizione o per mandato istituzionale, o per perché tale mandato siamo noi stessi a conferirlo e ad attribuirlo.

Ubbidire, talvolta è un sintomo non una virtù… E’ il prezzo che paghiamo per essere amati, per essere riconosciuti come persone. Purché, comunque, si viva secondo le aspettative altrui, esageratamente supini alle violenze spesso non solo psicologiche, che chi detiene il potere dell’autorità ci rivolge, generando in noi un costante sentimento di colpa, di fronte alla quale costantemente dobbiamo giustificare la nostra esistenza con uno: “scusate se esisto”.

Le condotte auto lesive o auto punitive in queste situazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera, portandoci persino a certe modalità di auto-sabotaggio, o a stati d’ansia particolarmente profondi dovuti al fatto che di fronte alle aspettative degli altri, davanti al loro giudizio, saremo inevitabilmente sempre imperfetti, saremo sempre figli di un dio minore, saremo sempre impreparati per l’esame a cui ci sottopongono, appunto, le aspettative, mai nostre, di cui siamo investiti nostro malgrado.

La responsabilità di essere come gli altri ci vogliono è un peso insostenibile, da cui si può evadere solo chiamandosi fuori, solo ammalandosi attraverso un attacco di panico per esempio. Attraverso cioè un’assenza prestata al servizio della presenza.

E’ difficile in queste situazioni ribellarsi a ciò che ci permette di esistere… La loro evoluzione infatti, esprime sempre una sofferenza che non genera allarme sociale, non genera quasi mai conflitto, è silente e non mette mai in discussione l’ordine costituito se non solo se stessi.

La seconda soluzione, o meglio il secondo autoinganno, invece è esattamente il contrario: è la ribellione perenne del deviante, del diverso, di chi non si conforma alle regole stabilite, di chi non riconosce l’autorità e ad essa si oppone per esistere.

L’aggressività e la rabbia che esprime la sofferenza di non sentirsi amato per la propria diversità (o meglio unicità), di non essere accettato per essa, non è in questo caso rivolta contro di sé. E’, invece, rivolta a chi ha rifiutato la differenza mostrando il limite e l’impotenza del suo amore.

Il disagio allora assume la forma di un atto comunicativo che trasmette trasgressione, che afferma il proprio diritto ad esistere a prescindere da ciò che altri hanno stabilito per noi.

Molti dei comportamenti che generalmente consideriamo come devianti sono spesso solo un modo di affermare la legittimità della propria esistenza, della propria identità, perché nessuno può esistere senza il riconoscimento altrui. E allora, di fronte a chi ci vuole definire come non siamo, o peggio a chi ci vuole negare, ecco che reagiamo trasgredendo la norma, perché è meglio avere un’identità negativa che non averne nessuna, che essere nessuno. Meglio essere un personaggio cattivo che essere solo una comparsa nella commedia della vita.

Ogni comportamento deviante è sempre un comportamento che trasgredisce un insieme di norme o di regole con le quali costruiamo la realtà e le attribuiamo senso e significato. Non è mai qualcosa che appartiene interamente al singolo come sintomo di un suo cattivo funzionamento, in quanto l’infrazione normativa, nel mondo umano, esprime non tanto un’anomalia comportamentale, quanto l’adesione ad un altro sistema di significati e di regole condivise.

Questo tipo di espressione del proprio disagio, non è certamente meno scevra di conseguenze per le persone. Mentre nella prima soluzione abbiamo l’annullamento della propria identità, qui il pericolo che si corre è quello di venir stigmatizzati, etichettati proprio da quelle agenzie istituzionali (psicologo, psichiatra, scuola, famiglia ecc..) che dovrebbero intervenire a “correggere” quelle condotte che inevitabilmente creano allarme sociale.

La persona così, entrando in un ruolo, quello del deviante, riconfigura la propria identità assumendo il personaggio rappresentato identificandosi con esso e si ritrova così avviato ad una vera e propria carriera deviante che cronicizzerà le sue trasgressioni.

I modelli simbolici attraverso i quali progettiamo le fondamenta della nostra famiglia, qualsiasi essa sia, non prevedono mai l’ammissione di un atto gratuito d’amore. Infatti, o assumono un modello che prende ispirazione dalla metafora religiosa, dove incontriamo un dio che non ci ama mai per ciò che semplicemente siamo, ma per ciò che dovremmo essere (fedeli, non peccatori ecc..) – basta pensare al racconto di biblico di Abramo e Isacco, o alla storia di Giobbe e alla scommessa che dio fa con satana – oppure trova ispirazione all’interno di una morale di scambio, economica e utilitaristica, dove vige la legge del do ut des, do per ricevere in cambio.

In entrambi i casi i rapporti che regolano le relazioni tra esseri umani sono sempre caratterizzati dal vincolo dove nel primo caso vige il dovere, il sacrificio, l’autorità, la sottomissione, l’obbedienza e l’imperfezione. Nel secondo, invece, prevale la mercificazione dei rapporti affettivi scambiati come cose tra le persone, come oggetti di consumo.

La costruzione di una comunità sociale e di una famiglia come molecola della società, non ha bisogno del parere degli esperti. Non ha bisogno di un ulteriore atto di autorità a cui richiamarsi. Ha semplicemente bisogno di uomini e di donne che su di se assumano la responsabilità della loro vita e delle loro scelte, senza dover più delegare ad altri il possesso di se stessi. Io credo che questo sia il modo più saggio per costruire famiglie che siano non più solo spazi di dovere e di negazione per i suoi membri, ma luoghi di sviluppo umano e soprattutto di possibilità.

A questo proposito, concludo questa mio intervento, con una poesia scritta da uno Psicologo di nome Fiedrich Perls, che a mio avviso riassume molto chiaramente quello che ho cercato di raccontare oggi a voi, per trattare il tema del rispetto delle differenze e per indicare un modo per costruire relazioni che siano vissute come libere e non più vincolanti:

Io faccio le mie cose e tu fai le tue.

Non sto a questo mondo per vivere secondo le tue aspettative.

E tu non stai a questo mondo per vivere secondo le mie aspettative.

Tu sei tu ed io sono io. E se allora ci troviamo è bello.

Se non ci troviamo, allora niente.

Chi Siamo

intera
Presso il Centro di Psicologia Giuridica – Sessuologia Clinica – Psicoterapia di Padova ricevono i seguenti professionisti... 
Scopri Chi Siamo

Contatti

Per prendere appuntamento o per ricevere informazioni è possibile chiamare direttamente il Responsabile dell'area Consulenza Psicologica.

  • Telefono: 349.8632076

Google +

Dove Siamo

mappas
Il Centro Interattivamente si trova in Via Carlo Rezzonico, 22 – 35131 Padova.
Scopri dove siamo

Sei qui: Home Articoli psicologia Psicologia clinica Intervento per il Progetto Famiglia