Il "volto" della vergogna

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L’esperienza di venir guardati, mentre in alcuni casi ha il valore della ricompensa, in altri diventa fonte di ansia e vergogna.

La vergogna è il risultato di problematiche relative agli aspetti “attivi e passivi” dello sguardo.

Per quanto concerne “la passività del venir guardati” intendiamo quel processo di delega per cui accettiamo di sottrarci al nostro sguardo su di noi per diventare “oggetto di spettacolo” dello sguardo dell’altro. La vergogna è sempre vergogna di fronte a qualcuno che mi guarda e mi spoglia della mia soggettività (Galimberti, 1988). Con la vergogna, scrive J.P. Sartre (1952), si definisce un chiasma tra l’essere per sé e l’essere per l’altro, per cui il soggetto, succube del suo desiderio di esibirsi, non è più in grado di reclamare il diritto di vedere senza essere visto. Il timido, nel suo farsi attraversare dallo sguardo dell’altro, esprime una coscienza costante e viva del suo corpo quale esso non è per lui, ma per l’altro; è colui”, come sostiene Sartre (1952), che si rassegna a vedersi con gli occhi dell’altro anziché assumersi l’impegno di costruire una percezione seppur limitata di sé, ossia di “farsi soggetto” che esprime il proprio intendere, desiderare, valutare. In altre parole, la persona che si vergogna è colui o colei che, essendo incapace per effetto di bassa autostima di viversi autenticamente, cerca in modo esclusivo il riconoscimento del proprio valore nel giudizio altrui.

Galimberti nel volume L’immaginario sessuale (1988) così si esprime a chiarimento di quanto sopra sostenuto: “ Se compio un gesto sconveniente o volgare, se sono solo non lo giudico e non lo biasimo, mi compio semplicemente in esso vivendomi come in qualsiasi altro, ma se improvvisamente mi accorgo che qualcuno mi ha visto, subito realizzo la sconvenienza e la volgarità del mio gesto e ne provo vergogna. Ho vergogna di me quale appaio agli altri.” Questa dimensione del mio essere, che è poi la dimensione della mia oggettività, è qualcosa che non mi appartiene, ma appartiene all’altro che con il suo sguardo l’instaura. A generare il senso di vergogna non è tanto la sconvenienza del gesto, o dell’apparire, se è vero che di quel gesto o di quella sembianza non mi vergogno in solitudine, ma il dover subire un’oggettivazione da parte di altri, perché come oggetto mi manifesto agli altri. La vergogna è il sentimento che la mia soggettività prova quando, impotente, assiste alla propria oggettivazione che si produce in presenza di altri.

Solo quando sapremo accettarci per ciò che siamo, fondando la nostra “presenza” sul rifiuto di esistere per le aspettative altrui, e sapremo sostenere con dignità lo sguardo di chi ci guarda, avremo superato il sentimento primitivo di inferiorità e quindi di vergogna.

Da quanto fino ad ora riferito, si comprende pertanto che la vergogna rappresenta quello stato emotivo dove la persona concepisce i rapporti interumani come rapporti asimmetrici di dominio-sottomissione e dove sempre ad uno, ma mai ad entrambi, è data la detenzione del potere di far breccia nel segreto dell’altro. Solo quando i rapporti umani sono all’insegna della reciprocità e dello scambio cade la vergogna.

Tuttavia, non ci si vergogna soltanto perché si diventa “oggetto passivo” di spettacolo poiché nel momento in cui siamo visti proiettiamo nello sguardo dell’altro anche le nostre intenzioni e i nostri desideri. Molte formule linguistiche del tipo: “ha gli occhi più grandi della bocca”, “mangia con gli occhi”, “i suoi occhi sprizzano veleno”, ecc.., sono espressione della proiezione di un vissuto attivo che assume carattere di penetrazione, dominio, violenza. Anticipazioni e attribuzioni che raccontano più di noi che dell’altro. Ci sono sguardi che infondono fiducia e coraggio, ma altri che spiano, rubano, carpiscono impunemente segreti. Coloro che si sentono soggiogati dallo sguardo altrui sono spesso persone che proiettano nell’altro il proprio mondo “predatorio” di guardare. Quando la nostra “malvagità”, tramite un processo di “identificazione proiettiva” (Klein, 1935), viene depositata nell’altro, l’altro stesso, specchio dei nostri vissuti, si trasforma in un persecutore che con il suo sguardo ci scruta “sadicamente” e ci “minaccia”.

Lo psicotico angosciato dallo sguardo dello specchio, rompe lo specchio, i cui frammenti diventano altrettanti occhi che moltiplicano l’effetto mostruoso e terrifico. Quando gli occhi degli altri ci “perseguitano” è perché in essi troviamo “proiettata” in modo inconsapevole la nostra malvagità (Imbasciati, 1983). Questo spiega perché nell’antichità il prezzo della chiaroveggenza veniva pagato con la cecità. L’indovino era colui che sacrificava a vantaggio della propria profondità conoscitiva le proprie tentazioni di “controllo” sul mondo esteriore.

Il seduttore non vede l’altro, ma lo guarda furtivamente per impossessarsene. Vi sono sguardi d’amore e sguardi di possesso. L’amore è povertà e carenza, è attesa che l’altro corpo percorra uno spazio e, colmando un vuoto, incontri (Galimberti, 1988). Nell’incontro non c’è fruizione di un corpo, ma accoglimento di un dono. I gesti non afferrano; gli sguardi non possiedono, accolgono la gratuità di un’offerta che l’altro, nella pienezza della sua soggettività, concede.

Possiamo quindi comprendere come la vergogna sia conseguente non solo al nostro essere passivi al cospetto dell’altro, ma anche alla “smaniosa concupiscenza di possedere l’altro”, di volerlo “afferrare”, violando costantemente con il nostro sguardo “avido”la sua intimità.

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