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Carenze materiali ed educative tra le mura domestiche possono causare comportamenti devianti nei ragazzi. Tuttavia, più che accusare, sarebbe utile adottare un’ottica di promozione delle risorse presenti in ciascun nucleo familiare.
 
Le aggressioni compiute da gruppi di minori negli ultimi anni sono salite agli onori della cronaca. I mezzi di informazione nazionale hanno dato sempre più spazio a questo genere di notizie etichettando le bande minorili con il termine di baby-gang. Il fatto che la questione, in questa fase storica, non sia stata sollevata dagli studiosi, ma dai mass media, non vuol certo dire che il problema non ci sia. Ci si chiede però se le baby-gang non siano sempre esistite, del resto il fenomeno del bullismo è stato ormai ampiamente riconosciuto e rilevato nel nostro Paese e le bande di ragazzi impegnati in atti vandalici non sono certo una novità. Inoltre gli episodi riportati dalla stampa non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma fanno piuttosto riferimento alla sua percezione sociale.
La questione pregnante diventa allora osservare e studiare attentamente quali sono le caratteristiche peculiari delle baby-gang per differenziarle da altri tipi di gruppi devianti minorili. Soltanto così potremo tentare di dare una spiegazione di questa realtà ed eventualmente approntare strategie di intervento e prevenzione nei suoi confronti.
Allo stato attuale non vi sono dati che quantifichino e informino sull’entità del fenomeno. Ma al di là degli aspetti quantitativi, queste situazioni sono la spia di un disagio diffuso che coinvolge i giovani e che si estrinseca in modalità di comportamento antisociali. Un disagio che a volte nasce o più semplicemente non trova spazio di esplicitazione nell’ambiente familiare e che, attraverso il gruppo dei pari, traduce il malcontento e la problematicità in forme di relazione e comunicazione non lecite.
Quando si verificano eventi di tale portata, il sistema familiare di cui questi ragazzi fanno parte viene, a torto o ragione, inevitabilmente posto sotto accusa. Del resto la letteratura nazionale e internazionale riporta una stretta relazione tra i fattori di rischio connessi alla carriera deviante dei giovani e il ruolo determinante svolto dalla famiglia nello sviluppo psicologico dei ragazzi in una fase delicata come quella adolescenziale.
È innegabile che il nucleo familiare, come prima agenzia di socializzazione per l’individuo e come luogo di formazione dei legami e delle interazioni fra i suoi membri, costituisca la base dello sviluppo psichico del bambino. Il supporto fornito dalla famiglia favorisce l’integrazione della personalità in evoluzione e garantisce il contatto fra il bambino e la società di appartenenza (D’Alessio, Schimmenti, Cherubini, 1995).
Negli ultimi decenni, sulla scia delle trasformazioni sociali e di costume, la struttura familiare ha subìto grandi mutamenti. Il nucleo si è andato sempre più riducendo nelle sue dimensioni e, con l’avvento del divorzio, si è assistito alla costituzione di famiglie "atipiche", caratterizzate da un solo genitore e i rispettivi figli, oppure alla formazione di nuclei recentemente denominati "famiglie ricostituite" (Malagoli Togliatti e Montinari, 1995). La famiglia si è calata sempre più nel contesto di vita consono con la civiltà attuale in cui gli impegni lavorativi, le attività extra-familiari e la caoticità in cui tutto questo si svolge hanno accentuato l’isolamento e ridotto i rapporti sociali (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987). A seguito di queste trasformazioni cambia il modo in cui i figli si percepiscono come membri di una famiglia e vivono le dinamiche familiari, il modo in cui si rapportano ai genitori e vivono lo scambio tra il mondo familiare e le più ampie relazioni sociali (Chiosso, 1994).
La provenienza socioculturale dei ragazzi appartenenti alle baby-gang non è accertata, ma dati gli studi compiuti su altri fenomeni, quale appunto il bullismo, si potrebbe ipotizzare che non necessariamente i "baby criminali" siano il frutto di realtà familiari e sociali devianti o disadattate.
 
I mezzi d’informazione hanno dato sempre più spazio alle notizie riguardanti le bande minorili. Gli episodi riportati, tuttavia, non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma si riferiscono, piuttosto, alla sua percezione sociale.
 
Più che le carenze strutturali di base sono quindi le difficili relazioni all’interno della famiglia a costituire un fattore di rischio. Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza come la transizione dall’adolescenza alla vita adulta sia influenzata dalla competenza e dall’abilità manifestata dalla famiglia nell’assolvere i suoi compiti di mediatore tra il sociale e il familiare. Quando si parla di abilità e di competenze del nucleo familiare si fa riferimento al supporto e alla comunicazione. È stato evidenziato infatti come relazioni familiari caratterizzate dalla presenza di un alto livello di supporto e coinvolgimento hanno come effetto un buon adattamento psicosociale dell’adolescente in termini di maggiori relazioni positive con i pari, maggiori successi scolastici, maggiore autonomia e autostima. D’altro canto la competenza comunicativa, intesa come possibilità di esprimere pensieri e sentimenti liberamente, diviene un elemento di protezione nei confronti dello stress e della frustrazione (Scabini, Marta, Rosnati, 1995).
Un filone di ricerca sul comportamento deviante ha cercato di mettere in correlazione i fenomeni di devianza con gli stili educativi secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale. Per gli studiosi che aderiscono a questo modello, la probabilità che un adolescente commetta un atto delinquenziale aumenta quando i genitori, gli adulti significativi o i coetanei forniscono o rinforzano maggiormente modalità di comportamento antisociale piuttosto che prosociale, oppure quando le figure rappresentanti l’autorità non puniscono in maniera efficace le condotte trasgressive (Palmonari, 1993). Questo tipo di spiegazione non è in grado di rendere conto di tutte quelle situazioni in cui ragazzi provenienti da famiglie devianti o criminali non manifestano comportamenti antisociali o casi in cui la condotta antisociale è messa in atto da individui provenienti da ambienti familiari e sociali non orientati in senso deviante.
Da un’altra prospettiva teorica la famiglia è riconosciuta come sistema autoregolativo che tende a influenzare le autoregolazioni dei membri che ne fanno parte, anche sotto il profilo della devianza come comportamento, come ruolo e identità. La famiglia è da considerare quindi sia come sistema autoregolato che, se diventa disfunzionale, problematico o multiproblematico (Scabini, Donati, 1992; Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987), può generare al suo interno disagio e sofferenza, per cui, indirettamente, può influenzare anche percorsi devianti, sia come "ambiente" sistemico culturale e biografico privilegiato che vincola, regola e contestualizza le autoregolazioni degli individui che vi appartengono, oltre alle scelte, i percorsi devianti e gli stessi tentativi di cambiamento, con una tipica tendenza omeostatica a "utilizzare" funzionalmente episodi ed eventi devianti in rapporto a esigenze e scopi propri del sistema familiare (Malagoli Togliatti, Ardone, 1993; Malagoli Togliatti, 1989, 1994; De Leo, 1992; Cirillo, 1996).
 
Coesione e adattabilità
Nell’ottica dell’autoregolazione disfunzionale e problematica, le dimensioni considerate maggiormente rilevanti in questo ambito di ricerca sono quelle che Olson ha definito "coesione e adattabilità" (Malagoli Togliatti, 1996; Malagoli Togliatti, Ardone, 1993). La prima è legata alla qualità e all’intensità dei legami affettivi che caratterizzano le relazioni fra i membri della famiglia, e rimanda ai confini tra i sottosistemi e tra le generazioni, agli interessi comuni e al senso d’intimità; la seconda individua la capacità del sistema familiare di modificare le proprie regole relazionali e i ruoli intrafamiliari in rapporto alle diverse fasi del ciclo vitale, e indica la flessibilità nella gestione della leadership e nel cambiamento degli schemi relazionali.
Con entrambi gli aspetti interagiscono le competenze/incompetenze genitoriali (dei singoli genitori e della coppia genitoriale come sottosistema particolarmente influente), l’impegno/disimpegno genitoriale (Stanton, 1979), gli stili e le modalità comunicative prevalenti nella famiglia, fra cui, specificamente rilevanti rispetto alla devianza, la qualità della supervisione o monitoraggio (monitoring) fra i figli adolescenti e i ruoli genitoriali (Patterson, Reid, Dishion, 1992; Barbaranelli, Regalia, Pastorelli, 1998), le capacità e le competenze genitoriali nel gestire i conflitti e le crisi adolescenziali. Sono state studiate, infine, situazioni-limite di disfunzionalità sia della coesione che dell’adattabilità familiare, in particolare nei casi di famiglie multiproblematiche, nelle quali si può avere una sorta di destrutturazione delle basilari capacità autoregolative familiari per la tendenza a delegare quelle funzioni ai servizi che hanno in carico i vari membri della famiglia stessa (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987).
D’altra parte, nell’ottica della famiglia che "utilizza" e autoregola la devianza in funzione degli equilibri/disequilibri del sistema familiare oltre all’ipotesi del deviante come capro espiatorio funzionale ad assorbire tensioni, conflitti e problemi percepiti come minacciosi per l’intera famiglia o per alcuni livelli cruciali del sistema familiare, la devianza adolescenziale è stata vista come tentata soluzione e perfino come risorsa nelle regolazioni comunicative simboliche e pragmatiche fra ragazzo e famiglia (De Leo, 1992; 1998); mentre altri percorsi di ricerca hanno trovato che certe configurazioni familiari sembrano accompagnare con frequenza esiti devianti da parte di figli adolescenti.
D’altro canto non è possibile stabilire una relazione diretta di causa ed effetto fra la tipologia di famiglia cui il ragazzo appartiene e il tipo di comportamento assunto dal ragazzo. Al di là della classe sociale e dell’appartenenza culturale, al di là delle difficoltà familiari vi sono altri fattori di influenza. Il gruppo dei pari è considerato un canale di socializzazione per l’individuo. L’importanza rivestita dalla famiglia e dal gruppo in adolescenza è un aspetto molto discusso, poiché se in alcune situazioni la prima agisce da fattore protettivo nei confronti del gruppo, in altri casi è quest’ultimo che sopperisce alle mancanze familiari. Non sarebbe dunque corretto generalizzare.
Un’ipotesi emersa in letteratura e che può spiegare cosa avviene in alcune aree del mondo minorile fa riferimento al ruolo svolto dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo dei pari. Il nuovo concetto introdotto è quello di deprivazione relativa che sottolinea quanto non siano più tanto importanti le deprivazioni assolute (emarginazione, disoccupazione, povertà), ma piuttosto lo scarto crescente che sembra esserci tra la percezione delle aspettative e la percezione delle opportunità.
I sociologi spiegano questo fenomeno con l’allungamento della fase precedente all’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, ma ci sono anche altri aspetti di ordine culturale. Sembrerebbe esserci uno scarto tra la costruzione delle aspettative dei ragazzi all’interno della famiglia e la costruzione delle aspettative all’interno della scuola. All’interno della famiglia, soprattutto nei ceti medi, si stimolano alte aspettative quasi per soddisfare i bisogni della famiglia stessa; nella scuola la modalità di costruzione delle aspettative è più confusa, forse perché il contesto scolastico stesso attraversa oggi una fase di forte disagio e instabilità. I ragazzi possono reagire a tutto ciò smettendo di credere alle aspettative familiari quando si accorgono che esse sono del tutto astratte, oppure possono sentirsi fortemente stimolati a mantenerle alte con il rischio di andare incontro a grandi frustrazioni, a un malcontento, a un sentimento di ingiustizia, a una canalizzazione di questi sentimenti verso atti teppistici, razzisti e violenti in diverse direzioni. Questa ipotesi, che andrebbe comunque specificata e approfondita, è interessante perché mette in evidenza le dinamiche complesse che oggi si instaurano tra famiglia, scuola e gruppo dei pari.
La famiglia è considerata la principale agenzia di socializzazione che media e regola i percorsi fra condizioni, bisogni, aspettative, deprivazioni assolute e relative, rispetto ai rischi e alle esperienze di devianza nelle fasi evolutive della minore età. Non è quindi incauto pensare di intervenire sulla famiglia con forme di progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, ossia, non tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi, quanto piuttosto attraverso l’offerta non specifica di risorse, competenze, abilità, favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e prosociali.
Gaetano De Leo
    
I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI
Quasi ogni giorno, a scuola o contesti a essa collegati, si registrano episodi di violenza e di aggressività tra i preadolescenti o gli adolescenti. In alcuni casi si fa riferimento a situazioni di derisione e insulto, in altri a forme di minaccia ed estorsione, in altri ancora a vere e proprie forme di aggressione o di persecuzione fisica. A seconda del target e delle caratteristiche degli attori, si può parlare di bullismo, di violenza individuale o di violenza di gruppo, come nel caso delle baby-gang. Ciò che accomuna questi diversi comportamenti violenti è il carattere gratuito, l’assenza di attacchi precedenti che ne giustifichino la presenza. La natura di queste azioni è ostile, non reattiva, diretta verso vittime indifese e più deboli degli aggressori.
La letteratura più recente ha approfondito la relazione che esiste tra atti aggressivi e comportamenti antisociali, quali uso di droghe, vandalismo, furti. Esistono però tra queste condizioni anche alcune differenze significative. Per aggressività alcuni autori intendono «un comportamento che ha lo scopo di far male o nuocere a una o più persone». La definizione che Loeber dà al comportamento antisociale è: «Comportamento che infligge dolore fisico o mentale o che danneggia le proprietà altrui e che può costituire o meno un’infrazione alla legge». La definizione di comportamento antisociale è dunque più ampia, include l’aggressività, ma non è ristretta a essa. Una distinzione rilevante è il riferimento, nella prima, all’intenzionalità dell’azione, mentre nella seconda l’enfasi viene posta più sulle conseguenze. Nell’analisi dei diversi tipi di comportamento aggressivo e antisociale si rintracciano le principali tipologie: aggressività; comportamenti di opposizione; violazioni dello status personale (uso di droghe, marinare la scuola, bestemmiare); violazione della proprietà altrui (furti e vandalismo).
Alcune ricerche evidenziano come certe forme più lievi di condotta trasgressiva interessino, a livello episodico, la quasi totalità dei ragazzi della scuola media e dei primi anni delle superiori. In particolare, l’adolescenza è l’età in cui le azioni violente aumentano. In alcune culture il comportamento aggressivo diventa, in questa fase dello sviluppo, accettabile.
Gli studiosi americani Loeber e Hay (1997) hanno condotto una ricerca sulla violenza tra i giovani di Pittsburgh cercando di rintracciare l’età di insorgenza dei diversi comportamenti violenti e antisociali a partire dalla valutazione dei genitori e dividendo il comportamento in tre grandi classi: il bullismo e i comportamenti di disturbo, definiti aggressività lieve; l’attacco fisico e le violenze di gruppo, definiti aggressione fisica; e i comportamenti di attacco personale e di violenza sessuale, definiti violenza. Dalla curva evolutiva dei tre tipi di comportamento emerge che c’è un ordine progressivo di insorgenza dei fenomeni in relazione alla gravità: le forme di aggressività minore presentano un aumento lineare da 3 a 14 anni, mentre l’aggressione fisica aumenta dai 10 anni in avanti, seguita dalla violenza che ha un incremento significativo da 11-12 anni in poi. Questo dato spiegherebbe perché certi fenomeni più gravi di tipo aggressivo e antisociale siano significativamente più frequenti nell’età adolescenziale rispetto alle altre fasi dello sviluppo.
È interessante confrontare i dati psicologici, ottenuti dalle dichiarazioni dei ragazzi, e dati basati sugli archivi di polizia e dei tribunali. Dal confronto emerge la discrepanza nell’età in cui certi fenomeni risultano più elevati. I dati basati sui registri degli arresti per violazione delle norme riportano una curva molto spostata in avanti (18-20 anni), rispetto ai dati di indagini psicologiche che presentano il picco dai 12 anni in poi. Ciò sembra indicare che per coloro che subiscono condanne penali, tale evento avviene dopo diversi anni di gravi comportamenti di questo tipo. Le differenze tra maschi e femmine nella condotta aggressiva e antisociale sono molto marcate: rispetto alle citazioni in giudizio per reati è di 4 a 1. Nonostante questi dati epidemiologici, si evidenziano cambiamenti di tendenza secondo cui anche le ragazze partecipano a episodi di violenza e prevaricazione: in alcunebaby-gang ci sono ragazze, in certi casi si sono registrati episodi di violenza perpetrata dalle ragazze a carico di altre ragazze.
Ersilia Menesini
    
 BIBLIOGRAFIA
·         Barbaranelli C., Regalia C., Pastorelli C., Fattori protettivi del rischio psicosociale in adolescenza, "Età evolutiva", 60, 1998, pp. 93-100.
·         Chiosso G., Nascere figlio. Le famiglie italiane verso il duemila, UTET, Torino 1994.
·         Cirillo S. e al., La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina, Milano 1996.
·         D’Alessio M., Schimmenti V., Cherubini A., Valutazione del rischio psicosociale in età evolutiva, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura di), Gli indicatori psicologici e sociali del rischio. Modelli teorici e ricerca empirica, Gnocchi Editore, Napoli 1995.
·         De Leo G., La famiglia nel processo di costruzione della devianza, in Scabini E., Donati P. (a cura di), op. cit., 1992.
·         De Leo G., La devianza minorile, Carocci, Roma 1998.
·         Malagoli Togliatti M., Comportamento aggressivo negli adolescenti: una lettura in chiave sistemico-relazionale, "Famiglia e minori", 2, 1989, pp. 31-39.
·         Malagoli Togliatti M., Famiglia e adolescenza, condizioni di rischio e risorse psicosociali, "Età evolutiva", 53, 1996, pp. 99-104.
·         Malagoli Togliatti M., Ardone R., Adolescenti e genitori. Una relazione affettiva fra potenzialità e rischi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
·         Malagoli Togliatti M., Montinari G., Famiglie divise, Franco Angeli, Milano 1995.
·         Malagoli Togliatti M., Rocchietta Tofani, Famiglie multiproblematiche, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1987.
·         Palmonari, Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna 1993.
·         Patterson G., Reid J., Dishion T., Antisocial boys, Costalia Publishing, Orelon 1992.
·         Scabini E., Donati P. (a cura di), Famiglie in difficoltà tra rischio e risorse, Vita e Pensiero, Milano 1992.
·         Scabini E., Marta E., Rosnati R., Rischio familiare e rischio sociale: una ricerca sulle famiglie con tardo-adolescenti, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura
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Marco Inghilleri

 

Aspetti psicologici disfunzionali in un atleta possono manifestarsi per due ordini di fattori:

a) Fattori emotivi strettamente collegati alla specifica situazione sportiva, cioè possono comparire problematiche psicologiche riferite esclusivamente agli eventi inerenti alla pratica agonistica e\o alla carriera atletica.

 

b) Fattori riconducibili ai processi di costruzione identitaria dell’atleta, cioè le problematiche psicologiche si generano attraverso le attribuzioni di significato utilizzate dall’atleta nel conferire senso alla propria esperienza agonistica ed esistenziale e sono evidenziate dalla situazione sportiva così come potrebbero esserlo da ogni altra situazione densa di contenuto emotivo nell’ambito della vita sociale, familiare e lavorativa.

 

In tal senso, convenzionalmente, si distinguono due grandi suddivisioni delle problematiche e delle disfunzionalità psicologiche dello sport: quella delle problematiche specifiche e quella delle problematiche aspecifiche. In entrambi i casi, tuttavia, la componente emotiva connessa all’attività sportiva (dilettantistica o professionale), intesa come “situazione vissuta con notevole risonanza affettiva”, gioca sempre un ruolo importante, sia che crei le premesse per una manifestazione esplicita di aspetti psicologici disfunzionali, sia che ne consenta l’espressione come aspetto scatenante o evidenziante o aggravante di una preesistente sofferenza psicologica sino a quel momento restata silente o compensata.

La letteratura (F. Antonelli, A. Salvini) riporta come la spinta psicologica verso lo sport sia motivata da un bisogno di assumere atteggiamenti aggressivi e di vivere situazioni agonistiche allo scopo di compensare un sentimento di insufficienza vitale o di insoddisfacente capacità reattiva. Quando questi elementi di disagio esistenziale sono di limitata entità, il compenso richiesto è altrettanto limitato e l’equilibrio viene mantenuto da un’attività sportiva praticata, o solo seguita, entro i limiti della pura espressione agonistica. In tal caso lo sport soddisfa di per sé, indipendentemente dall’esito delle competizioni. L’aumento quantitativo e qualitativo degli elementi di disagio esistenziale impone un compenso maggiore e capace di ulteriori soddisfazioni, quale, ad esempio, la vittoria. Nella sua espressione più pura lo sport non esige il successo, tanto che il suo avverbio “sportivamente” si usa per indicare la spontaneità nell’affrontare situazioni difficili e la serenità con cui si accetta un esito, qualunque esso sia. Il successo diventa un’esigenza per gli atleti dotati di un equilibrio particolarmente fragile; ciò si verifica anche nei dilettanti che all’osservazione psicopatologica rivelano un qualche disturbo di personalità, anche se è più frequente, sia pure per altre ragioni, nei professionisti. Questi ultimi, infatti, sono atleti che hanno fatto dello sport il loro preminente motivo di lavoro e di reddito e di ciò avvertono la responsabilità ed il peso con ansia crescente, vivendo nella paura di veder scemare la propria quotazione tecnica e, di conseguenza, economica.

La paura dell’insuccesso viene in questi casi vissuta con una drammaticità che si può manifestare acutamente (sindrome pre-agonistica) o cronica (sindrome del campione).

In altri casi la minaccia di una disconferma identitaria viene non dall’evento-sconfitta ma dall’evento-vittoria, per motivi strettamente collegati alle modalità con cui l’atleta attribuisce significato alla propria particolare esperienza agonistica. Così, accanto alle sindromi da paura dell’insuccesso troviamo manifestazioni psicologiche disfunzionali legate alla paura del successo, indicate col termine di nikefobia.

 

 

pugilato e psicologia

Il pugile, a prescindere dal proprio genere d'appartenenza, è forse l'atleta il cui il profilo comportamentale è maggiormente separato da quello psicologico e la cui particolare attività sportiva può essere meglio spiegata sul piano delle motivazioni psicologiche e sociali. Il sociologo Merton ha messo in evidenza come esista nei giovani appartenenti a contesti sociali più svantaggiati, un vivo desiderio di migliorare la propria situazione, bisogno che comunque rimane bloccato e frustrato da condizioni socio-economiche e culturali non favorevoli. Il conflitto che si genera tra le sollecitazioni proposte dai valori della mobilità sociale e le opportunità di vita, produce un contrasto che si esprime in un esplicito o implicito conflitto con la società: un carico di frustrazioni che, mentre da un lato aumenta angosciosi sensi di insicurezza e inferiorità, dall'altro stimola rivalse aggressive.

Il pugilato rappresenta un momento capace di risolvere, in taluni individui, questa insoddisfazione. Esso infatti permette con le sue mitologie e le sue narrazioni, di alimentare la fantasia della realizzazione di una mobilità sociale e di una rivalsa attraverso un qualche protagonista di questa pratica sportiva, che diventa il realizzatore dei sogni di affermazione collettivi, attraverso processi di identificazione e idealizzazione.

Come è stato più volte rilevato da numerose ricerche, il pugile proviene quasi sempre da condizioni socio-culturali particolarmente problematiche, generalmente non ha avuto un'infanzia felice, né figure stabili e significative con cui identificarsi. C'è in lui e in lei un fascio di motivazioni che reclamano un appagamento sul piano esistenziale.

Una vecchia ricerca dell''87, individua nel giovane che si avvicina al pugilato i seguenti aspetti:

  • desiderio di affermarsi
  • sentimenti di vendetta e rivalsa nei confronti del proprio ambiente sociale
  • influenza dei familiari o del gruppo dei pari
  • desiderio di divenire un campione ammirato e idealizzato
  • prospettive di realizzazione economica

Il pugilato però non è lo scontro inconsulto di due contendenti, come in una zuffa o in una rissa, né tantomeno un'avventura in cui si possa prescindere dall'impegno, dal duro lavoro, dalla serietà e dalla costanza.

Chi arriva sul ring è un individuo selezionato dalle dure leggi della palestra, una personalità sportivamente (non patologicamente) aggressiva. Tutto ciò è molto importante, perché sarebbe un gravissimo errore inquadrare, sic et simpliciter, il pugile come un soggetto affetto da specifiche psicopatologie.

Mentre sul piano dell'abito comportamentale il pugile viene "educato" dallo sport che gli assicura, se non un'effettiva promozione sociale, certamente un maggior livello di adattamento e maturazione, sul piano intrapsichico egli mostra (soprattutto agli inizi) un insieme abbastanza nitido di caratteristici aspetti psicologici.

In una indagine psicodiagnostica condotta su un gruppo omogeneo di dilettanti, risulta che il giovane che si dedica alla boxe è, solitamente, poco interessato allo studio e alla scuola, manifesta scarso senso pratico e morale, risulta essere poco adattabile e scarsamente socievole. Egli possiede uno spiccato senso della propria superiorità fisica ed un notevole bisogno di auto-valorizzarsi. Tutto ciò, si rivela essere una formazione reattiva atta a compensare il senso, più o meno avvertito a livello consapevole, di una profonda insufficienza vitale. Al di là delle apparenze esteriori, il pugile si presenta interiormente come timoroso, ansioso, inibito e profondamente insicuro.

In effetti il pugile non è ciò che sembra: la violenza, più o meno irrazionale, non gli appartiene in modo naturale, ma è solo una sovrastruttura compensatoria di un profilo personologico diametralmente opposto.

Uno studio psichiatrico condotto parecchi anni fa, nel 1960, di Antonelli e Ricci, sui pugili della squadra olimpionica italiana ha confermato tali dati. Sebbene sia uno studio abbastanza datato e condotto su un campione maschile, gli aspetti messi in evidenza mostrano come i pugili abbiano in misura maggiore, rispetto ai non sportivi, cariche aggressive extrapunitive e tendano molto più dei non sportivi a reagire alle situazioni frustranti mettendo in atto specifiche modalità difensive dell'Io, quasi che il loro senso di Identità sia percepito come più minacciato rispetto alla popolazione non sportiva e che, parallelamente, essi siano meno predisposti a bloccarsi di fronte all'ostacolo o a cercare concretamente la risoluzione della situazione frustrante. I pugili esaminati in questa ricerca, oltre a presentare una certa aderenza alle modalità di pensiero collettivo e di senso comune, non differiscono dai soggetti non sportivi per quello che concerne l'internalizzazione degli assetti normativi sociali, manifestando quindi un adattamento sociale abbastanza soddisfacente e coerente.

I risultati di tale ricerca, sottendono l'esistenza di un bisogno di ipercompensazione paradossa, volta a rassicurare continuamente, mediante l'ipervalutazione fisica e un iperinvestimento corporeo, un identità minacciata e insicura.

In un'altra ricerca di qualche anno fa, Husman, attraverso uno studio comparativo su pugili, corridori, lottatori, ha dimostrato che i pugili sono caratterizzati, rispetto agli altri sportivi, da un maggiore livello di aggressività. Tale aggressività si esprime catarticamente tramite una dinamica circolare extrapunitiva-intrapunitiva-impunitiva che, rispetto sia ai corridori che ai lottatori, appare sbilanciata in senso intrapunitivo e impunitivo.

In sostanza, viene affermato che mentre da un lato esiste nel pugile una condizione di tipo masochistico che gli fa tollerare l'aggressione altrui e quindi il rischio del danno fisico, dall'altro gli aspetti normativi interiorizzati gli consentono di esprimere attaccchi sadici verso l'avversario senza provare sentimenti di colpevolezza (fattore impunitivo).

In termini molto generali, le ricerche hanno dimostrato come ci siano delle costanti tipiche nel comportamento del pugile, che sembra essere è caratterizzato nei riguardi

A) dei compagni : da solidarietà, abnegazione, partecipazione emotiva alle vittorie e alle sconfitte. E' una persona socievole, non tende ad isolarsi, sceglie come amico/a un pugile appartenente a una diversa categoria di peso, dimostra per la palestra un sentimento di aspettativa-venerazione, quasi si trattasse di una seconda casa.

B) dell'allenatore: da un profondo rispetto, dipendenza, idealizzazione. L'allenatore è sentito come Maestro nel senso più ampio. Da lui vengono sia l'insegnamento dell'arte pugilistica, sia quelle sanzioni morali che ne generano l'assunzione come figura paterna.

C) dell'arbitro: dal riconoscimento della sua autorità normativa sul ring dall'accettazione quasi costante della sua capacità di giudizio

D) del pubblico: da dipendenza emotiva quando esista un tifo incoraggiante da parte dei sostenitori, da indifferenza ed astiosità in caso contrario. Diversamente da quanto avviene in altri sport, nei quali il rapporto di spettacolo è maggiormente sentito, nel pugilato l'atleta tende ad escludersi dalla relazione con il pubblico e ciò soprattutto per i rischi connessi con situazioni che possano distrarlo e deconcentrarlo durante il combattimento.

Il pugile, sempre secondo certe ricerche, è l'atleta meno propenso a seguire le opinioni della stampa e meno ne avverte le suggestioni. Il pugile vive immerso come un pesce nel proprio micro-gruppo, composto dai membri della palestra e dagli affezionati

 

 

 

 Centro di Psicologia gouridica - Sessuologia clinica- Psicoterapia

 

COLLEGIO DEI PROFESSORI E DEI RICERCATORI UNIVERSITARI DI PSICOLOGIA CLINICA DELLE UNIVERSITA’ ITALIANE

http://www.collegiopsiclinicauniv.it/ita_ambiti.htm

 

AMBITI DI PERTINENZA DISCIPLINARE

1. Definizione:

La psicologia clinica è un settore della psicologia i cui obbiettivi sono la spiegazione, la comprensione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali disfunzionali o patologici, individuali e interpersonali, unitamente ai loro correlati comportamentali e psicobiologici. La psicologia clinica è identificabile con le metodiche psicologiche volte alla consulenza, diagnosi, terapia o comunque di intervento sulla struttura e organizzazione psicologica individuale e di gruppo, nei suoi aspetti problematici, di sofferenza e di disadattamento e nei suoi riflessi interpersonali, sociali e psicosomatici. La psicologia clinica è altresì finalizzata agli interventi atti a promuovere le condizioni di benessere socio-psico-biologico e i relativi comportamenti, anche preventivi, nelle diverse situazioni cliniche e ambientali. La psicoterapia nelle sue differenti strategie e metodiche costituisce l’ambito applicativo che più caratterizza la psicologia clinica, come punto di massima convergenza tra domanda, conoscenze psicologiche disponibili, fenomeni indagati e metodi utilizzabili.

2. Ambiti di pertinenza

Appartengono a questo settore gli ambiti di ricerca e d’insegnamento identificati a livello nazionale e internazionale e condivisi dal Collegio dei docenti di psicologia clinica delle Università italiane. Le aree di ricerca e di intervento clinico del settore sono altresì identificabili con le seguenti competenze, di seguito denominate come: 1. Psicologia clinica, 2. Metodi e tecniche per la ricerca in psicologia clinica, 3. Psicopatologia, 4. Neuropsicologia clinica, 5. Psicofisiologia clinica, 6. Psicosomatica, 7. Psicologia delle dipendenze, 8. Psicologia clinica forense, 9. Psicosessuologia, 10. Psicologia della salute, 11.Psicologia ospedaliera, 12. Psicologia della riabilitazione, 13. Psicoterapia.

 3. Obiettivi

La psicologia clinica è uno specifico ambito di competenze finalizzato alla ricerca e all’intervento per la valutazione e la prevenzione, il trattamento e la cura di stati mentali e di sistemi disfunzionali o patologici, nonché al miglioramento ottimale delle condizioni comportamentali e biologiche dipendenti da variabili psicologiche soggettive, situazionali e sistemiche. La psicologia clinica configura i suoi ‘oggetti’ di studio e di intervento nei processi che possono limitare o disturbare anche gravemente le capacità di adattamento intrapsichico, interpersonale o di gruppo, generando situazioni di disagio, di sofferenza e di devianza. Lo studio e l’intervento sul ‘caso’, ovvero la persona e i suoi contesti interattivi, costituiscono l’ambito elettivo della psicologia clinica.

4. Criteri scientifici

La psicologia clinica è una disciplina scientifica che mira al controllo e alla falsificazione dei propri asserti, mediante criteri propri sia delle scienze della natura che delle scienze della cultura, impiegando in modo pertinente sia metodi sperimentali ed empirici, sia semiologici e storico-ermeneutici. La legittimità e pertinenza dei criteri usati e dei metodi è data dal tipo di configurazione dei processi studiati.

5. Modelli

La tradizione di ricerca ed intervento della psicologia clinica è proficuamente alimentata da una pluralità di modelli. Tali modelli sono guidati da differenti presupposti epistemologici e teorico-metodologici, e connotati da irrinunciabili differenze nelle strategie cliniche e di ricerca, peraltro in costante evoluzione scientifica e culturale.

 6. Metodi

Le metodiche della psicologia clinica sono codificate da protocolli operativi, riconosciuti e legittimati dalle diverse tradizioni di studio, di ricerca e di applicazione clinica. I differenti procedimenti diagnostici, valutativi, e di terapia, pur utilizzando anche metodiche psicobiologiche o socio-psicologiche, si qualificano come ‘psicologici’ in virtù dei mezzi impiegati e degli effetti perseguiti. Tra le metodiche presenti nella Psicologia Clinica assume particolare rilevanza, come strumento d’intervento, il sistema soggettivo dello psicologo clinico. Sistema emotivo, cognitivo e relazionale costruito attraverso la formazione specifica e l’attività clinica.

7. Autonomia e settori disciplinari limitrofi

 La psicologia clinica è caratterizzata da contiguità e rapporti interdisciplinari con altri settori scientifici e professionali. Tali contiguità riguardano a vario titolo alcuni settori della medicina, tra cui la neurologia e la psichiatria, delle scienze sociali, tra cui la sociologia e l’antropologia culturale e altre discipline storiche, filosofiche e pedagogiche attinenti al comportamento umano. Nonostante queste contiguità, la psicologia clinica mantiene una sua autonoma caratterizzazione di ricerca, di metodo e di assunti metateorici, per cui le sue competenze e pratiche operative non sono di pertinenza dei settori limitrofi, né di altre discipline psicologiche non finalizzate alla pratica clinica diretta.

 

Intervento presentato il 17 Aprile 2008 per il Progetto Famiglia, Scuola di formazione per Genitori, promosso dall'ISTITUTO COMPRENSIVO STATALE "B.BIZIO" - Longare Vicenza.

Percorso di due incontri mirato a facilitare la relazione e a gestire i piccoli conflitti tra genitori e figli.

Marco Inghilleri

 

Educare alle differenze per aumentare l’autostima

 

[...] In ambito clinico e psicoterapeutico, opero molto sia con coppie e famiglie che potremmo indicare come classiche, cioè formata da madre, padre e figli, sia con famiglie costituite da genitori separati o divorziati o conviventi e figli , sia con le nuove configurazioni familiari rappresentate da coppie omosessuali dove, talvolta, sono presenti anche i figli di un precedente matrimonio o convivenza eterosessuale o dove la coppia (in questo caso una coppia lesbica) è anche una coppia di genitori in quanto una delle due partner è ricorsa alla fecondazione medicalmente assistita.

 

Come psicologo, dunque, posso dire di avere una buona prospettiva da cui guardare il mondo delle diverse costellazioni familiari che caratterizzano lo scenario sociale attuale, dei loro cambiamenti e dei molteplici problemi che in seno ad esse possono sorgere e generarsi.

 

In verità, devo confessarvi, che a seguito dell’incontro della scorsa volta, ho deciso di modificare radicalmente il modo in cui avevo intenzione di affrontare il tema di questa sera, in quanto sono restato particolarmente colpito dalla richiesta, nemmeno troppo implicita, troppo velata, indirizzata allo psicologo, di dare risposte certe e definite rispetto alla variegata eterogeneità, o ai diversi modi in cui si esercita la funzione ed il ruolo di genitore.

 

Mi ha colpito questa circostanza perché è una domanda basata su di una aspettativa magica che non corrisponde, o meglio non dovrebbe corrispondere, al mandato sociale di cui è investito il mio ruolo di Psicologo, di psicoterapeuta e soprattutto di studioso degli esseri umani.

 

Mi vedo pertanto costretto a dovervi dare una delusione: Io non prescrivo comportamenti. Io non possiedo la verità e nemmeno la cerco. Ma in modo particolare io non celebro riti riassicuratori rispetto all’ansia sana e naturale che ciascun genitore prova di fronte alla sfida di crescere un figlio o una figlia, sentendosi giustamente responsabile del proprio compito educativo. In poche parole io non vi dirò mai chi siete o cosa dovete fare.

Quello che posso fare è semplicemente di lasciarvi liberi di decidere cosa sia giusto e bene per voi da soli, mettendovi nella condizione di scegliere, da soli, il vostro percorso come famiglie e di definire in autonomia il vostro ruolo di genitori.

 

Come potrei venir qui a parlarvi di educare alle differenze, se non fossi io il primo a rispettare queste differenze? Se non fossi io il primo a rispettare il punto di vista di ciascuno di voi, magari prescrivendovi comportamenti rispetto all’adeguatezza dei vostri ruoli di madri e di padri, dicendovi come deve essere il buon padre o la buona madre, proponendovi ricette utili a tutte le situazioni o, peggio, universalizzando delle regole a cui doversi attenere per ottenere la patente di bravo genitore.

 

Forse, se così facessi, sicuramente otterreste quelle risposte rassicuranti che solitamente gli esperti della televisione riescono a dare. Avreste una guida, un riferimento a cui appellarvi, che vi sollevi dalla responsabilità delle vostre scelte. Avreste sicuramente più certezze. Ma questo non è il compito che spetta alle discipline psicologiche in questa società di uomini e donne liberi. Le scienze psicologiche non hanno il compito di esercitare una sorta di controllo sociale sui comportamenti degli esseri umani, al più, quello che possono fare è di servire gli individui a diventare padroni di se stessi – a questo proposito ricordo che la parola Therapeia, terapia, significa in una sua accezione, essere a servizio di qualcuno, servire un altro.

 

Non è certo incarnando l’autorità dell’esperto che posso fare qualcosa per le persone. Ciò che io posso fare è soltanto di mettervi nella condizione di scegliere la vostra vita senza che queste scelte siano il riflesso di ipoteche esistenziali che vi siete ritrovati a dover pagare senza mai aver contratto debito, in modo che tali scelte vi appartengano ed esprimano le persione che siete.

 

Pertanto, fatta questa lunga ma necessaria introduzione, un’altra affermazione che vorrei fare è che un termine che cordialmente mi sta antipatico è il termine di educazione.

 

Per educazione si intende comunemente quel complesso di operazioni dirette a fornire a una persona, di solito al bambino o all’adolescente, tutte le informazioni e le norme che lo rendano adatto a vivere secondo i suggerimenti e le esigenze del costume in cui quella persona è inserita. Scopo dell’educazione, dunque, non è quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione e quindi renderlo felice, ma di fa sì che l’individuo si adatti a quel tanto di infelicità che gli viene imposto da un sistema dato e considerato immutabile e indiscutibile.

 

L’educazione tende a fare in modo che l’uomo e la donna vivano liberamente la propria mancanza di libertà. Ne consegue che il cittadino bene educato non è colui che cerca di rendere felice la vita propria e altrui e che cerca di favorire la realizzazione di questo obiettivo, bensì è colui che si è ben adattato a un sistema di regole, che lo accetta e che, per sua propria scelta, vi partecipa, evitando i conflitti con l’ambiente in cui vive e i problemi collegati alle manifestazioni del dissenso. In breve è colui che si è totalmente conformato ai valori del conformismo e del perbenismo sociale.

 

La famiglia, esattamente come la scuola, come istituzione a cui è demandata la funzione educatrice, ha precisamente questo scopo: non permettere a nessuno dei suoi membri di evadere dalla prigione dei ruoli che gli sono stati assegnati. Chi trasgredisce ecco che inevitabilmente diventa il problema, il deviante, il diverso o peggio l’elemento patologico del sistema che occorre correggere, educare, curare, guarire, ricondurre alla retta via o all’ovile.

 

Ecco, dunque, l’importanza che è attribuita alla famiglia di volta in volta definita come famiglia naturale o come famiglia tradizionale, esaltata per essere la portatrice di valori assoluti che tuttavia non vengono mai nominati, sempre coniugata al singolare e mai al plurale, perché si potrebbe pensare, se fosse diversamente, che forse ci sono più valori che occorre rispettare e difendere, che forse sono molteplici i diritti e i doveri degli esseri umani. Che forse la famiglia naturale o tradizionale non esiste, è solo un’astrazione a cui nulla corrisponde, inventata dalla demagogia in cerca di consensi. Forse ci si potrebbe accorgere che ci sono mille modi di fare famiglia, tante quante sono le possibilità degli esseri umani di costruire gruppi basati sulla solidarietà e l’affetto. Forse ci si potrebbe accorgere che la famiglia è un universo eterogeneo e variegato di famiglie che si organizzano con tante regole diverse.

 

La famiglia davvero potrebbe essere un luogo dove poter crescere e svilupparsi come persone, sia per i figli che per i genitori. Eppure, troppo spesso, si configura come sistema caratterizzato da mille ricatti affettivi e morali, come spazio in cui si raccolgono le comunicazioni contraddittorie che bloccano le persone (figli e genitori) in paradossi senza soluzioni che generano malessere nelle persone che la compongono e dove le aspettative reciproche e le attribuzioni di ruolo implicite impediscono un autentico incontro e un’autentica relazione. La famiglia, dunque, troppo spesso risulta essere patogena, portatrice sana e inconsapevole di profondo disagio e di profondi sensi di colpa.

 

Il più classico e anche il più diffuso dei circoli viziosi che riescono ad imprigionarci all’interno delle nostre relazioni familiari e che ognuno di noi ha subito o ingiunto, è rappresentato dalla frase tipica : “se mi vuoi bene allora fai questo o sii questo”, che possiamo esplicitamente comunicare o implicitamente sottendere attraverso il nostro comportamento con l’altro.

Bene in questo caso lasciamo al nostro familiare (che può essere un nostro genitore, nostra moglie, nostro marito o nostro figlio o nostra figlia) due alternative possibili:

 

· O disconoscere se stesso, i propri bisogni e adeguarsi alla nostra prescrizione e alle nostre aspettative, per timore di non perdere il nostro affetto, costringendolo, in pratica, a incarnare un ruolo che non gli corrisponde e che sente come estraneo pur di salvaguardare una relazione affettiva importante. In sostanza, cioè, in tal modo, lo costringiamo ad alienarsi, a rendersi estraneo a se stesso, a smarrire la propria identità pur di non perdere il nostro amore.

 

· Oppure lo mettiamo nella condizione di dover restare fedele a se stesso, alla propria identità, sentendosene però in colpa, perché disconosce le nostre aspettative. Pertanto, a seguito di ciò, lo facciamo sentire responsabile di mettere a rischio la relazione affettiva, in quanto diverso, facendogli così temere di non essere abbastanza amato, di sentirsi sbagliato o addirittura imperfetto e inadeguato, giacché non è chi volevamo egli o ella fosse.

 

Entrambe queste soluzioni hanno effetti negativi e terribili per le persone, perché qualsiasi scelta si debba mettere in opera, comporta comunque una perdita o della propria identità o dell’approvazione, del sostegno e dell’amore di chi si ritiene importante per la propria esistenza e per la propria vita.

 

L’adesione a una di queste due possibilità genera una sorta di autoinganno capace di generare molti dei problemi che tento di affrontare con le persone che si rivolgono al mio studio, perpetuandosi finché resta occultato e nascosto in quelle regole normative e implicite che caratterizzano ogni gruppo umano.

 

La prima scelta, quella del disconoscimento di se stessi, porta con se il tremendo destino di sviluppare una sorta di normopatia che ci rende succubi di ogni forma di autorità interna o esterna, configurando il disagio e la sofferenza in certe forme di dipendenza e di mancanza di autonomia. Se diamo questa soluzione al paradosso che ci imprigiona, la nostra esistenza è sempre vissuta in funzione degli altri, rendendoci nient’altro che un ombra di un me stesso mai esistito. La nostra identità allora diventa così qualcosa che viene definito da chi incarna il ruolo dell’autorità o dalle persone a cui conferiamo questo potere, cioè restiamo in balia di chi ha il potere della definizione o per mandato istituzionale, o per perché tale mandato siamo noi stessi a conferirlo e ad attribuirlo.

Ubbidire, talvolta è un sintomo non una virtù… E’ il prezzo che paghiamo per essere amati, per essere riconosciuti come persone. Purché, comunque, si viva secondo le aspettative altrui, esageratamente supini alle violenze spesso non solo psicologiche, che chi detiene il potere dell’autorità ci rivolge, generando in noi un costante sentimento di colpa, di fronte alla quale costantemente dobbiamo giustificare la nostra esistenza con uno: “scusate se esisto”.

 

Le condotte auto lesive o auto punitive in queste situazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera, portandoci persino a certe modalità di auto-sabotaggio, o a stati d’ansia particolarmente profondi dovuti al fatto che di fronte alle aspettative degli altri, davanti al loro giudizio, saremo inevitabilmente sempre imperfetti, saremo sempre figli di un dio minore, saremo sempre impreparati per l’esame a cui ci sottopongono, appunto, le aspettative, mai nostre, di cui siamo investiti nostro malgrado.

 

La responsabilità di essere come gli altri ci vogliono è un peso insostenibile, da cui si può evadere solo chiamandosi fuori, solo ammalandosi attraverso un attacco di panico per esempio. Attraverso cioè un’assenza prestata al servizio della presenza.

 

E’ difficile in queste situazioni ribellarsi a ciò che ci permette di esistere… La loro evoluzione infatti, esprime sempre una sofferenza che non genera allarme sociale, non genera quasi mai conflitto, è silente e non mette mai in discussione l’ordine costituito se non solo se stessi.

 

La seconda soluzione, o meglio il secondo autoinganno, invece è esattamente il contrario: è la ribellione perenne del deviante, del diverso, di chi non si conforma alle regole stabilite, di chi non riconosce l’autorità e ad essa si oppone per esistere.

 

L’aggressività e la rabbia che esprime la sofferenza di non sentirsi amato per la propria diversità (o meglio unicità), di non essere accettato per essa, non è in questo caso rivolta contro di sé. E’, invece, rivolta a chi ha rifiutato la differenza mostrando il limite e l’impotenza del suo amore.

Il disagio allora assume la forma di un atto comunicativo che trasmette trasgressione, che afferma il proprio diritto ad esistere a prescindere da ciò che altri hanno stabilito per noi.

 

Molti dei comportamenti che generalmente consideriamo come devianti sono spesso solo un modo di affermare la legittimità della propria esistenza, della propria identità, perché nessuno può esistere senza il riconoscimento altrui. E allora, di fronte a chi ci vuole definire come non siamo, o peggio a chi ci vuole negare, ecco che reagiamo trasgredendo la norma, perché è meglio avere un’identità negativa che non averne nessuna, che essere nessuno. Meglio essere un personaggio cattivo che essere solo una comparsa nella commedia della vita.

 

Ogni comportamento deviante è sempre un comportamento che trasgredisce un insieme di norme o di regole con le quali costruiamo la realtà e le attribuiamo senso e significato. Non è mai qualcosa che appartiene interamente al singolo come sintomo di un suo cattivo funzionamento, in quanto l’infrazione normativa, nel mondo umano, esprime non tanto un’anomalia comportamentale, quanto l’adesione ad un altro sistema di significati e di regole condivise.

 

Questo tipo di espressione del proprio disagio, non è certamente meno scevra di conseguenze per le persone. Mentre nella prima soluzione abbiamo l’annullamento della propria identità, qui il pericolo che si corre è quello di venir stigmatizzati, etichettati proprio da quelle agenzie istituzionali (psicologo, psichiatra, scuola, famiglia ecc..) che dovrebbero intervenire a “correggere” quelle condotte che inevitabilmente creano allarme sociale.

La persona così, entrando in un ruolo, quello del deviante, riconfigura la propria identità assumendo il personaggio rappresentato identificandosi con esso e si ritrova così avviato ad una vera e propria carriera deviante che cronicizzerà le sue trasgressioni.

 

I modelli simbolici attraverso i quali progettiamo le fondamenta della nostra famiglia, qualsiasi essa sia, non prevedono mai l’ammissione di un atto gratuito d’amore. Infatti, o assumono un modello che prende ispirazione dalla metafora religiosa, dove incontriamo un dio che non ci ama mai per ciò che semplicemente siamo, ma per ciò che dovremmo essere (fedeli, non peccatori ecc..) – basta pensare al racconto di biblico di Abramo e Isacco, o alla storia di Giobbe e alla scommessa che dio fa con satana – oppure trova ispirazione all’interno di una morale di scambio, economica e utilitaristica, dove vige la legge del do ut des, do per ricevere in cambio.

 

In entrambi i casi i rapporti che regolano le relazioni tra esseri umani sono sempre caratterizzati dal vincolo dove nel primo caso vige il dovere, il sacrificio, l’autorità, la sottomissione, l’obbedienza e l’imperfezione. Nel secondo, invece, prevale la mercificazione dei rapporti affettivi scambiati come cose tra le persone, come oggetti di consumo.

 

La costruzione di una comunità sociale e di una famiglia come molecola della società, non ha bisogno del parere degli esperti. Non ha bisogno di un ulteriore atto di autorità a cui richiamarsi. Ha semplicemente bisogno di uomini e di donne che su di se assumano la responsabilità della loro vita e delle loro scelte, senza dover più delegare ad altri il possesso di se stessi. Io credo che questo sia il modo più saggio per costruire famiglie che siano non più solo spazi di dovere e di negazione per i suoi membri, ma luoghi di sviluppo umano e soprattutto di possibilità.

 

A questo proposito, concludo questa mio intervento, con una poesia scritta da uno Psicologo di nome Fiedrich Perls, che a mio avviso riassume molto chiaramente quello che ho cercato di raccontare oggi a voi, per trattare il tema del rispetto delle differenze e per indicare un modo per costruire relazioni che siano vissute come libere e non più vincolanti:

 

 

Io faccio le mie cose e tu fai le tue.

Non sto a questo mondo per vivere secondo le tue aspettative.

E tu non stai a questo mondo per vivere secondo le mie aspettative.

Tu sei tu ed io sono io. E se allora ci troviamo è bello.

Se non ci troviamo, allora niente.

 

di Alessandro Antonietti

 

1. La psicologia scientifica

La psicologia si interessa della mente. Anche se il nome di questa disciplina è relativamente recente - inizia a circolare in Europa nel Cinquecento - l’indagine dei fenomeni mentali ha un ben più lungo passato, giungendo quasi a coincidere con le prime forme documentate del pensiero umano. Tuttavia, la "psicologia" che si ha oggi soprattutto presente nell’ambito dell’esercizio della professione psicologica e che viene a costituire la parte prevalente del bagaglio culturale che si intende far acquisire ai futuri psicologi è la cosiddetta "psicologia scientifica", la cui nascita è in genere collocata negli ultimi decenni dell’Ottocento. Che cosa ha di particolare questa psicologia rispetto alla ricerca e alla riflessione precedente sulla mente?

La psicologia scientifica studia sostanzialmente i medesimi fenomeni indagati dalla psicologia pre-scientifica. Per esempio, negli scritti di Aristotele si trovano trattati argomenti - quali la percezione, la memoria, l’immaginazione, le emozioni, il sonno e il sogno - di cui si interessa ancora la psicologia odierna. Ciò che contraddistingue la psicologia scientifica non è quindi l’oggetto della disciplina: essa non si differenzia perché studia fenomeni nuovi rispetto a quelli studiati nel passato. La diversità consisterebbe piuttosto nel modo con cui i fenomeni mentali vengono indagati, ossia nel metodo. Che cosa allora caratterizza le procedure di ricerca della psicologia scientifica?

Talvolta si sostiene che la psicologia sorta sul finire del secolo scorso si distingue da quella precedente, di tipo filosofico, per il fatto che non procede sulla base di pure speculazioni ma attraverso rimandi all’esperienza empirica. Si può tuttavia osservare che il riferimento a dati di tipo sensoriale non mancava nella psicologia pre-scientifica e che, per converso, anche nella psicologia scientifica sono presenti concetti e argomentazioni che hanno una base puramente teorica senza che vi sia la possibilità di una loro riconduzione a elementi di ordine empirico. In altre parole, così come la psicologia cosiddetta "filosofica" o "razionale" si avvale, oltre che di procedimenti puramente speculativi, di constatazioni di tipo empirico, così la psicologia scientifica non consiste unicamente di affermazioni sostenute, direttamente o indirettamente, da evidenze empiriche.

Queste considerazioni, oltre a suggerire una maggior continuità e gradualità nel passaggio dalla psicologia pre-scientifica a quella scientifica, inducono a considerare più approfonditamente quale sia lo statuto epistemologico della psicologia: per quali motivi consideriamo - a ragione o a torto - la psicologia che abbiamo oggi soprattutto presente una disciplina scientifica? In altre parole: la psicologia compie delle affermazioni circa la natura e il funzionamento della mente ed è indubbio che la maggior e più frequente garanzia del fondamento di tali affermazioni che viene oggi invocata è la loro scientificità; ma che cosa significa che un’affermazione è scientifica?

La psicologia è un insieme di discorsi circa una parte o aspetto della realtà che si suole designare come mente. La concreta esistenza della disciplina "psicologia" è data pertanto da ciò che gli psicologi dicono e scrivono circa la mente. La psicologia, come tutta la scienza, ha quindi un costitutivo carattere pubblico, sociale, linguistico (Agazzi, 1976): si compiono indagini sui fenomeni mentali per poter poi enunciare qualcosa circa ciò che si è studiato. Non si eseguono ricerche per accrescere il proprio privato sapere né per tenerne i risultati chiusi in un cassetto; si compiono ricerche affinché i loro risultati possano essere presentati ad altri, discussi, criticati, approvati, presi come punto di partenza per ulteriori sviluppi. E perché questo possa avvenire occorre che le conoscenze acquisite - o che si presume di aver acquisito - attraverso il lavoro di ricerca assumano una forma verbale (Mandler e Kessen, tr. it. pp.38-40).

Riconosciuto che lo scopo di una disciplina scientifica è quello di sviluppare dei discorsi sulla realtà di cui essa si interessa, si tratta ora di stabilire qual è il tipo di fondamento che tali discorsi devono avere per poter essere accettati come scientifici (salva restando la possibilità di dire legittimamente qualcosa sulla realtà basandosi su altri fondamenti, di tipo non scientifico).

 

 

2. Il fondamento degli asserti scientifici

Rifacendoci a una distinzione posta da Hume e successivamente ripresa da autori quali Russell e Wittgenstein, possiamo ritenere che in un discorso compaiano proposizioni di due generi: proposizioni analitiche e proposizioni empiriche. Le prime stabiliscono dei rapporti tra termini che si giustificano in base agli aspetti puramente sintattici, ossia in base al tipo di relazioni logiche che tra essi sussistono. La verità delle proposizioni analitiche può essere stabilita a priori, prescindendo da qualunque confronto con l’esperienza, prendendo in considerazione unicamente le regole che presiedono ai collegamenti che si possono compiere tra i simboli previsti dal linguaggio che si sta utilizzando. Alcune discipline scientifiche - per esempio, la matematica, almeno secondo la versione offertane da Hilbert - si ritiene che consistano esclusivamente di proposizioni di questo genere, da valutarsi soltanto in riferimento ai loro aspetti formali. Le proposizioni empiriche richiedono invece che, per stabilire la loro fondatezza, si faccia riferimento a ciò che ci consta della realtà attraverso la nostra esperienza sensoriale.

Le proposizioni empiriche in genere sono piuttosto articolate. Esse tuttavia, secondo quanto proposto da Whitehead e Russell, dovrebbero poter essere scomposte in parti semplici non ulteriormente riducibili: da proposizioni empiriche molari si dovrebbe così poter passare a proposizioni empiriche elementari o, secondo l’espressione di Wittgenstein, atomiche. Le proposizioni atomiche sono espressioni autonome, logicamente distinte le une dalle altre, costituite da connessioni di nomi (e i nomi stanno per degli oggetti) che si riferiscono a dei fatti, ovvero che stabiliscono il sussistere di uno stato di cose (un fatto è uno stato di cose che esiste realmente). Diversamente detto (almeno, secondo un’interpretazione che è stata data del pensiero di Wittgenstein), le proposizioni atomiche coinciderebbero con degli asserti osservativi semplici, ossia con enunciati relativi al verificarsi di un certo fenomeno empiricamente constatibile in un luogo e in un tempo precisato.

In conclusione, nell’ambito di un discorso scientifico potrebbero legittimamente comparire tre generi di proposizioni:

-le proposizioni formali, la cui verità o falsità dipende dalla non contradditorietà o contradditorietà dei rapporti logici da esse implicati;

-le proposizioni molecolari, la cui verità dipende sia dalla correttezza logica del legame che le mette in rapporto con le proposizioni elementari di cui si compongono, sia, seppur indirettamente, dalla verità di queste ultime;

-le proposizioni elementari, la cui verità dipende alla loro corrispondenza con i fatti empiricamente rilevabili cui si riferiscono.

Poiché è difficile ritenere che la psicologia possa consistere unicamente di proposizioni analitiche - non essendo la mente una realtà puramente formale definibile attraverso postulati di cui si abbia un’intuizione o attraverso la creazione di convenzioni da cui si possa poi procedere per sola deduzione - ed avendo considerato come la base delle proposizioni empiriche - le quali dovrebbero costituire il corpo prevalente della disciplina che qui ci interessa - vada ricercata nelle proposizioni elementari, al fondamento di queste ultime dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione. In altre parole, si tratta di chiedersi: come si giustifica la verità di una proposizione atomica? Che cosa vuol dire che una proposizione atomica è vera se vi è corrispondenza tra ciò che essa enuncia è ciò che effettivamente accade nella realtà?

La risposta del cosiddetto fondazionismo è che le proposizioni elementari si fondano (da qui il nome della posizione in questione) sui dati sensoriali. Anzi, secondo il positivismo logico (cui è possibile ricondurre autori quali Carnap, Neurath, Reichenbach, Schlick, Weissman e che ebbe un certo influsso su vari psicologi, tra i quali Spence e Skinner), esse acquisirebbero significato proprio attraverso il rapporto con i corrispondenti dati sensoriali. Secondo la nota affermazione che "il senso di una proposizione sta nel metodo della sua verifica", le proposizioni empiriche hanno significato soltanto se sono in grado di indicare un modo empirico per stabilirne la verità o falsità. Un tale modo "empirico" dovrebbe permettere di rilevare sensorialmente delle informazioni che permettano di accettare o rifiutare la proposizione in quanto, rispettivamente, coincidente o non coincidente con i dati sensoriali stessi.

Nel discorso scientifico, tuttavia, compaiono abbondantemente, negli enunciati che vengono emessi, termini "teorici" che non hanno corrispettivo in alcun dato sensoriale. Quale, per esempio, potrebbe essere il genere di esperienza sensoriale che attesti la sostenibilità o no di affermazioni relative a un’"inibizione", uno "schema mentale", un’ "interferenza proattiva"? Per questi termini non vi sono elementi empirici che possano condurre a riconoscerne direttamente la presenza o assenza. Potrò constatare che in una data circostanza un certo comportamento atteso non si manifesta, ma non constatare, semplicemente aprendo gli occhi, l’inibizione di quel comportamento; potrò rilevare come un precedente apprendimento influisca su uno successivo, ma non posso vedere o toccare direttamente l’interferenza del primo sul secondo. Tuttavia, a dispetto di questi rilievi, è possibile indicare una base empirica per questi termini?

Secondo Craig, termini di questo genere sarebbero da eliminare dalla scienza mostrando come non siano necessari. Si tratterebbe ciò di formulare il sapere acquisito da una disciplina in affermazioni in cui non compaiano termini teorici, bensì avvalendosi semplicemente di descrizioni in cui si stabiliscano connessioni tra elementi osservativi. Ma, prescindendo pure dalla questione della praticabilità de facto di una tale proposta, vi è la possibilità de iure di compiere una totale eliminazione degli elementi teorici? Le considerazioni che svolgeremo più avanti circa le theory-ladness delle osservazioni (vedi quarto paragrafo) inducono a nutrire dei dubbi. Qualunque rilievo osservativo, si dirà, sottende la condivisione di una teoria e l’eliminazione di questa a favore di una sua esposizione in termini puramente osservativi chiamerebbe in causa altri elementi teorici da questi ultimi implicati e così ad infinitum.

Se proprio non è possibile eliminare i termini teorici dal discorso scientifico, si potrebbe pensare, come sostenuto da Russell, a una loro sostituzione o, come suggerito da Carnap, a una loro riduzione o traduzione. In altre parole, si tratterebbe, in un discorso scientifico, di mettere, al posto dei termini teorici, asserti osservativi necessari per permettere di confermare o rifiutare le proposizioni in cui tali termini compaiono.

Una forma di riduzionismo di questo genere è il fisicalimo: agli enunciati teorici occorrerebbe far corrispondere enunciati espressi nel linguaggio della fisica, ossia enunciati che facciano riferimento a stati fisici empiricamente constatabili, in modo che tra i due generi di affermazioni vi sia competa intertraducibilità. Per esempio, secondo Carnap (1932-1933) un enunciato come "Il signor A adesso è irritato" andrebbe convertito in un enunciato del medesimo contenuto "il quale [ ...] asserisce l’esistenza di quella struttura fisica (microstruttura) del corpo del signor A (in particolare, il suo sistema nervoso centrale) caratterizzata da un’elevata frequenza di pulsazioni e di respiro".

Un’altra forma di riduzionismo è l’operazionismo elaborato da Bridgman, secondo il quale i termini teorici andrebbero sostituiti dalla descrizione dell’insieme di operazioni (fisiche, matematiche, ecc.) necessarie per la loro definizione. Si può però obiettare che per certi termini teorici sono possibili più definizioni operazionali. Per esempio, il concetto di "lunghezza" può essere definito operazionalmente attraverso l’impiego di un metro o attraverso un procedimento di triangolazione; ma se ho due differenti definizioni operazionali dovrei avere due differenti concetti (Brown, 1977, tr. it. pp.38-39). Inoltre la descrizione di un elemento teorico in termini operazionali chiama in caua altri elementi teorici (nell’esempio di prima, il concetto di "metro", ecc.) che andrebbero anch’essi operazionalizzati, ma questa ulteriore traduzione operazionale chiamerebbe in causa nuovi elementi teorici: si avrebbe così un regresso all’infinito a cui nessuna riduzione operazionale potrebbe porre termine.

Al di là delle specifiche difficoltà in cui incorrono le varie forme di riduzionismo, esse sembrano non tenere conto dell’effettivo svilupparsi della conoscenza scientifica. Questa, infatti, non procede per riduzioni ma per estensioni. La scienza cerca infatti di applicare un concetto rivelatosi produttivo a nuovi fenomeni tentando di mostrare come anche questi, oltre a quelli per cui originariamente il concetto fu elaborato, possano essere descritti o spiegati nei termini di quel concetto. Se, al contrario, si seguissero i dettami del riduzionismo, si dovrebbe continuamente ridefinire il concetto facendo in modo che esso includa i fenomeni via via scoperti anziché estenderlo, mantenendone fermo l’iniziale significato, a nuove realtà (Brown, 1977). Riprendendo un precedente esempio, una volta rilevato che processi di inibizione non riguardano soltanto le risposte emotive ma anche quelle cognitive, invece di concludere che il termine teorico "inibizione" riguarda un meccanismo comune a vari aspetti della vita mentale, dovrei modificare la definizione del concetto in modo che la sua traduzione empirica comprenda anche asserti osservativi relativi ad aspetti cognitivi della mente. Come rileva Hempel, per i termini scientifici bisogna quindi ammettere un’ "apertura di significato", ossia rinunciare a una loro definizione completa di tipo empirico e ammettere che sia possibile estendere il loro uso anche in casi non contemplati dalla loro originaria definizione di tipo osservativo od operazionale.

Questa conclusione ci conduce a una terza possibilità che va ad affiancarsi all’eliminazione e alla sostituzione dei termini teorici: questi ultimi possono essere mantenuti nel discorso scientifico purché si stabiliscano, tramite apposite regole, delle corrispondenze tra questi ultimi ed elementi di tipo empirico. In quest’ultima prospettiva si riconosce che in un discorso scientifico i termini teorici in genere non ricorrono isolatamente, ma sono parte di un sistema concettuale; i termini teorici costituiscono dei complessi di relazioni. Non si tratterebbe quindi di cercare di dare, attraverso traduzioni in descrizioni empiriche, significato al singolo termine teorico, ma al sistema di rapporti in cui esso è inserito. Ciò comporta che un singolo termine teorico potrebbe anche non avere un collegamento diretto con il piano empirico, ma potrebbe ricevere senso indirettamente da questo attraverso il legame che esso ha con uno o più altri termini teorici i quali sono in contatto con l’empiria. Secondo un’immagine proposta da Hempel (1952, p.36), "una teoria scientifica può essere paragonata a una complessa rete spaziale: i suoi termini sono rappresentati dai nodi, mentre i fili che li connettono corrispondono, in parte, alle definizioni e, in parte, alle ipotesi fondamentali e derivate incluse nella teoria. L’intero sistema naviga, per così dire, sopra il piano dell’osservazione ed è ancorato a quest’ultimo da regole di interpretazione. Queste possono essere viste come funi che non sono parte della rete ma collegano certi punti della rete a specifici luoghi del piano dell’osservazione".

 

 

3. La base eempirica della scienza

Nel paragrafo precedente si è giunti alla conclusione che, in un discorso scientifico il quale non sia unicamente di tipo formale, occorre che quanto si va affermando trovi giustificazione in ciò che accade effettivamente in una realtà che sia empiricamente rilevabile. Non sembra tuttavia necessario, affinché gli enunciati abbiano senso e possa essere vagliata la loro aderenza con la realtà, che ciascuna unità di cui si compone il discorso abbia una diretta controparte in un’esperienza sensoriale. Pare sufficiente, anche perché non potrebbe essere diversamente, che la trama concettuale del discorso che si va svolgendo trovi corrispondenze empiriche soltanto in alcuni punti. Ma in questi punti come avviene il collegamento tra il piano della teoria e quello delle osservazioni? Ovvero: di che natura è il legame che permette alla rete teorica di restare "agganciata" alla realtà empirica?

Nell’ottica del Neopositivismo dovrebbero essere gli enunciati protocollari a fungere da ponte tra elementi teorici e fattualità empirica. Un enunciato protocollare è un’affermazione relativa a un’esperienza sensoriale compiuta da un osservatore di cui si indica il nome e per la quale si riporta il luogo e il tempo in cui è avvenuta. Un esempio di enunciato protocollare fornito da Neurath (1932-1933) è il seguente: "Protocollo di Otto alle 3 e 17: [Il pensiero-parola di Otto alle ore 3 e 16 era: (Alle 3 e 15, nella stanza, un tavolo era percepito da Otto)]".

Un enunciato osservativo è invece un’affermazione del tipo sopra descritto che non contiene rimandi all’osservatore. Si può pensare a un enunciato osservativo come a ciò che può derivare dall’aver rilevato un accordo tra più enunciati protocollari emessi da vari ricercatori che hanno assistito al medesimo fenomeno: poiché tutti, indipendentemente dalle loro individuali caratteristiche e dalla loro particolare situazione, riferiscono la medesima esperienza sensoriale, quest’ultima può essere descritta senza che sia necessario precisare le specifiche condizioni soggettive in cui essa ha avuto luogo. Riprendendo l’esempio precedente, se più osservatori posti nella medesima stanza avessero formulato enunciati protocollari identici a quello sopra riportato, si sarebbe potuto compendiare il caso attraverso l’enunciato osservativo "Alle 3 e 15, nella stanza era percepibile un tavolo".

Tuttavia, enunciati come quelli di cui si è detto non scaturiscono soltanto dal processo sensoriale che si sviluppa nell’osservatore. Essi non possono essere considerati come dei dati che si impongono di per sé, immediatamente e direttamente, al soggetto percipiente in modo tale da "vincolarlo" a quella particolare espressione cosicché egli sia "costretto" a riferire in quel modo e non diversamente. Nel caso sopra esaminato, pur formandosi nei vari osservatori le medesime immagini retiniche, vi potrebbe essere chi riferisce di aver visto un tavolo, chi una superficie rettangolare ai cui angoli sono affisse quattro gambe, chi un mobile utile per posarvi degli oggetti, ecc.

Perché si registri accordo tra vari osservatori non è sufficiente che tutti siano di fronte al medesimo evento e che in tutti si sviluppi il medesimo processo sensoriale; occorre anche che tutti condividano i medesimi assunti circa ciò che è rilevante in quell’evento, circa il livello di analisi e di descrizione richiesto, circa l’universo concettuale e linguistico cui fare riferimento nella descrizione, ecc. In altre parole, gli asserti-base che dovrebbero permettere di tenere ancorata la rete teorica della scienza alla realtà empirica hanno in sé una quota di pre-consenso intersoggettivo di natura convenzionale. In alcuni casi si tratta di un esplicito accordo che si stabilisce tra i ricercatori riguardo i criteri da tenere presente nella formulazione degli enunciati osservativi; in altre circostanze è un accordo implicito prodottosi sulla base di tradizioni o consuetudini. In ogni caso, è come se nelle discipline scientifiche, o nei vari loro settori, vi fosse una virtuale "giuria di esperti" che sancisce quali sono i tipi di enunciati-base che devono sorreggere le argomentazioni. Ciò che è importante sottolineare è che non sono gli oggetti indagati a imporre di per sé le caratteristiche di tali enunciati; tali caratteristiche sono decisioni arbitrarie - ossia non dettate dalla natura stessa delle cose, anche se culturalmente e storicamente giustificate - della comunità scientifica. Come sostiene Popper (1934), "le esperienze possono motivare una decisione, e quindi l’accettazione o il rifiuto di un’asserzione, ma un’asserzione-base non può essere giustificate da esse, più di quanto non possa essere giustificata battendo un pugno sul tavolo".

Riprendendo l’esempio precedente del tavolo, un soggetto posto di fronte a quel particolare stimolo (il tavolo) potrebbe descrivere la propria esperienza percettiva a vari livelli: potrebbe descriverla in termini di linguaggio quotidiano e allora direbbe di vedere un tavolo, appunto; potrebbe tentare di descriverla in termini più analitici, magari geometrici: direbbe quindi di essere di fronte a una superficie rettangolare, ecc.; potrebbe descriverla, se istruito in proposito, sulla base delle sensazioni elementari che gli sembra di poter avvertire introspettivamente; potrebbe, se munito di appositi strumenti, descriverla in termini fisici, venendo ad affermare che i suoi organi di senso sono investiti da onde elettromagnetiche di una certa frequenza, ecc. L’essere di fronte a un tavolo non determina di per sé il tipo di asserto-base che di tale esperienza l’osservatore deve pronunciare. Sarà invece la condivisione, implicita o esplicita, di una certa prospettiva che renderà accettabile per una certa comunità scientifica che di fronte al tavolo l’osservatore riferisca di vedere una superficie rettangolare ecc. oppure di essere stimolato da onde elettromagnetiche ecc. E la decisione di fondare i propri discorsi su referti osservativi espressi in termini geometrici oppure fisici dipende dal livello di analisi che si è stabilito di adottare e questa decisione non è suggerita dall’esperienza sensoriale stessa ma dipende da una scelta che in una certa prospettiva di ricerca si è determinata al riguardo, anche se non in modo così "rude" come il battere un pugno sul tavolo.

In conclusione, come sostiene Popper (1934) in un noto brano, "la base empirica della scienza oggettiva non ha in sé nulla di ‘assoluto’. La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. E’ come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base naturale o ‘data’, e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili per sorreggere la struttura".

In sintesi, la rete teorica in cui è intessuto il discorso scientifico è ancorata alla realtà, come si è visto nel precedente paragrafo, soltanto in alcuni suoi punti. In tali punti discendono, verso il terreno dell’empiria, le "palafitte" che dovrebbero sorreggere l’intera rete. Tali agganci non sono tuttavia costituiti da evidenze sensoriali che si impongono di per sé. Essi consistono invece di dati sensoriali il cui "formato", il cui genere, il cui livello di analiticità e dettaglio è stabilito convenzionalmente dalla comunità scientifica.

 

4. Osservazione e teoria

I fondamenti empirici della scienza non sono soltanto "malfermi" perché includono un aspetto di arbitrarietà come evidenziato nel precedente paragrafo. Essi risultano problematici anche perché sottendono invece sempre un qualche elemento teorico il quale trapela, per esempio, dal modo con cui l’osservatore seleziona, organizza e interpreta la propria esperienza percettiva e dal modo con cui la traduce in una formulazione linguistica. Sembra, cioè, difficile sostenere che vi siano delle esperienze sensoriali pure, neutre, prive di contaminazioni con la sfera dei concetti, degli atteggiamenti e delle predisposizioni, le quali possano fungere da fondamento ultimo del discorso scientifico. In altre parole, i dati empirici sono sempre intrisi di teoria (theory-laden).

La theory-ladness delle osservazioni viene sostenuta con varie argomentazioni. In primo luogo si fa notare come vi siano situazioni percettive in cui sono possibili varie interpretazioni. Al riguardo si citano noti casi di figure ambigue - per esempio, il cubo di Necker, l’anatra-coniglio, la giovane e la vecchia - in cui la medesima configurazione grafica può essere vista in due modi differenti. In secondo luogo, vi sono situazioni in cui le attese che l’osservatore nutre nei confronti dello stimolo che ha di fronte lo inducono a interpretare quest’ultimo in un certo modo anziché in un altro modo pur possibile. Sono questi i casi in cui elementi del contesto, attualmente presenti o esperiti in precedenza, portano a interpretare stimoli come lettere anziché come numeri oppure i casi in cui le condizioni del soggetto - per esempio, la fame o la paura - lo inducono a vedere in stimoli ambigui oggetti consonanti con lo stato in cui ci si trova. In terzo luogo si rammentano le situazioni in cui ciò che viene percepito dipende dalle conoscenze di cui si dispone. Per esempio, posti nelle vicinanze di un’industria chimica un bambino percepirà uno sgradevole odore di uova marce mentre un tecnico percepirà un odore di biossido di zolfo in quanto il sapere che i due individui hanno al riguardo è diverso (Brown, 1977). In evenienze di questo tipo si constata quindi che elementi di natura non percettiva, quali le aspettative o le conoscenze, orientano la percezione influendo su ciò che in questa viene selezionato, enfatizzato, riportato.

Ulteriori conferme della theory-ladness delle osservazioni deriverebbero dalla constatazione che anche gli strumenti di rilevazione dei dati empirici, ampiamente utilizzati in tutte le discipline scientifiche, portano con sé delle teorie. Il cannocchiale o il microscopio, per esempio, sottendono un insieme di nozioni di ottica e la fiducia che viene accordata a quanto è possibile rilevare attraverso tali congegni dipende dal fatto che si condividono i principi fisici su cui essi sono basati. E le medesime considerazioni possono valere per un elettroencefalografo, un tachistoscopio, un videoregistratore. C’è poi chi si spinge ancora oltre, affermando che non soltanto gli strumenti artificiali di rilevazione sensoriale, ma anche quelli naturali, sono impregnati di elementi teorici. Come afferma Popper, "gli organi di senso incorporano teorie", nel senso che i nostri sistemi percettivi sono costituiti in modo tale da recepire particolari gamme di stimoli e da elaborare questi, tradotti in treni di impulsi nervosi, in un determinato modo; sistemi sensoriali diversamente costituiti porterebbeo a ricevere altre stimolazioni e a esperirle in modo differente.

Da questi rilievi vengono tratte conseguenze per il fondamento empirico della scienza. Si sostiene infatti che il significato di ciò che viene rilevato attraverso i sensi cambia secondo la particolare prospettiva in cui si situa l’osservatore. Tale prospettiva dipende dalle preventive conoscenze di cui egli dispone, dal quadro teorico che egli condivide, dalle ipotesi che egli ha formulato. Secondo l’esempio proposto da Hanson (1958), se Tycho Brahe e Keplero si fossero trovati insieme ad osservare il sorgere del sole, essi avrebbero visto cose diverse: il primo, sostenitore della teoria geocentrica, avrebbe visto il sole muoversi attorno alla terra; il secondo, difensore della teoria eliocentrica, avrebbe visto la terra spostarsi attorno al sole.

Stando così le cose, non vi sarebbero criteri esterni alle teorie stesse utili a stabilire quale interpretazione sia quella corretta; in mancanza di un elemento empirico indipendente e comune le teorie diventano tra loro incommensurabili. Diversamente detto: non sarebbe possibile invocare dati empirici neutri per avvallare le proprie affermazioni perché ogni dato empirico, essendo intriso di elementi teorici, viene "ritagliato" sulla base della particolare prospettiva che si è adottata e il suo significato muta se si cambia la prospettiva di partenza.

A fronte di queste estrapolazioni epistemologiche, bisogna innanzi tutto distinguere l’esperienza percettiva dalla sua denominazione o interpretazione. Il fatto che un medesimo evento sia chiamato in modo diverso - si veda il precedente esempio degli scarichi industriali - o che sia diversamente "letto" secondo il sistema teorico in cui è inserito - si veda l’esempio di Brahe e Keplero - non significa che i soggetti che diversamente lo denominano o interpretano non abbiano la medesima esperienza sensoriale. La sensazione olfattiva del bambino e del tecnico, la scena visiva che si presenta ai due astronomi sono le medesime; la denominazione e l’interpretazione si giustappongono all’esperienza percettiva, non la costituiscono.

Ma anche le situazioni in cui la prospettiva teorica interviene già nella fase di costituzione del percetto - e non semplicemente nel suo etichettamento verbale o nella sua spiegazione - orientandone il significato, non devono condurre a conclusioni relativistiche. Infatti, se la teoria impregna le osservazioni, non è tuttavia essa che le produce. La teoria, cioè, non è la sola componente che determina ciò che viene esperito. Quest’ultimo risulta anche dall’azione del mondo esterno su di noi e quindi è determinato anche dalle caratteristiche di tale mondo. Se prendo in mano un volume e il titolo riportato sulla copertina mi informa erroneamente che si tratta degli Elementi di Euclide mentre in realtà il testo è quello dell’Odissea, benché io mi aspetti di leggere qualcosa di geometria non posso non riconoscere che nelle pagine interne trovo scritto qualcosa di diverso rispetto a ciò che ero predisposto a recepire. Ci sono quindi dei limiti alla varietà delle possibili interpretazioni: benché in un canto dell’Odissea i lettori possono cogliere vari significati, essi non potranno mai leggervi dei teoremi di geometria.

Le considerazioni svolte circa la theory-ladness delle osservazioni sottolineano tutt’al più che gli organi di senso ci forniscono un materiale sì strutturato, ma ancora malleabile da parte dell’orizzonte concettuale in cui esse andranno a inserirsi. Ciò ovviamente non significa che possiamo interpretare a nostro piacimento ciò che si offre ai nostri sensi né che le nostre apsettative o ipotesi non possono mai essere smentite dall’esperienza perché questa e da esse informata. Benché i dati sensoriali abbiano una componente concettuale, essi possono costringere, nel caso non vi si adeguino, a rivedere gli assunti da cui il ricercatore parte e possono dire qualcosa circa la maggior o minor corrispondenza di teorie rivali rispetto alla realtà dei fatti. Infatti, nonostante le esperienze empiriche ricevano un particolare significato secondo la prospettiva in cui sono collocate, non per questo esse hanno significato soltanto dentro quella prospettiva: esse, pur assumendo un diverso senso, possono dire qualcosa anche a chi parte da un diverso punto di vista. Rimane tuttavia innegabile che anche le considerazioni sopra svolte portano ad ammettere che nella scienza l’empiria non è una base neutra e indiscutibile cui ancorare le affermazioni e che non ci si può appellare ai dati sensoriali quale tribunale supra partes per corroborare o falsificare le affermazioni.

 

 

 5. Gli sfondi concettuali

Le considerazioni svolte nei due precedenti paragrafi hanno condotto a riconoscere che il fondamento empirico che viene invocato a giustificazione dei discorsi sviluppati entro una disciplina scientifica non è un dato che si impone di per sé, ma è un qualcosa che viene trovato a partire da scelte e presupposti teorici i quali, in un certo qual modo, lo impregnano. Il terreno su cui si infiggono le palafitte della scienza o, secondo altra immagine, in cui si àncora la rete concettuale di una teoria non è quindi un terreno "neutro" ma un terreno che assume forma secondo la particolare prospettiva che si è scelto di adottare. E tale prospettiva è sì in parte determinata dalle caratteristiche del terreno - le quali possono rendere una certa prospettiva più o meno adeguata rispetto alle realtà che si vogliono studiare - ma per altra parte dipende da convenzioni o assunti impliciti condivisi dal ricercatore. Si può quindi immaginare che i discorsi scientifici affondino le proprie radici in due sfere: quella della realtà fattuale e in quella delle presupposizioni.

Queste ultime talvolta hanno una natura contingente, nel senso che dipendono dallo specifico punto che viene indagato o dai particolari strumenti che in tale indagine vengono utilizzati. Altre volte tali presupposizioni hanno un carattere più sistematico e pervasivo, sono cioè insiemi organici di credenze e preferenze che orientano e strutturano l’intero campo della ricerca.

Già Collingwood era giunto a riconoscere che alla basa dell’impresa scientifica vi sono potenti assunti di base indimostrati. Egli ritenne che il significato di un’affermazione si comprenda soltanto in relazione alla domanda o al problema per il quale essa è stata avanzata. Ma ogni questione contiene in sé dei presupposti. Tali presupposti possono essere relativi se rinviano a ulteriori domande oppure assoluti se non sono risposte a ulteriori domande ma sono degli assunti primitivi da cui tutto poi deriva. Mentre i presupposti relativi possono essere, secondo Collingwood, veri o falsi, non sono né veri né falsi quelli assoluti. Il loro valore dipende dalla loro efficacia metodologica, dalla loro potenzialità euristica e tale valore dipende dal momento e dalle situazioni in cui sono chiamati in causa.

Seppur in diverso contesto, negli anni Quaranta Pepper propose anch’egli di riconoscere che la ricerca scientifica implica degli assunti indimostrati - qui chiamati visioni del mondo - che le dànno forma. Le visioni del mondo sarebbero modelli generali i quali forniscono al ricercatore le categorie per compiere le proprie indagini fornendo i concetti basilari circa l’oggetto di studio e le regole per valutare le affermazioni compiute a tal riguardo. Esempi di questi concetti sono la causalità, il rapporto parte-tutto, il cambiamento. Le visioni del mondo influiscono inoltre sulla scelta dei metodi da impiegare nella ricerca. Per quanto riguarda la psicologia, le quattro visioni del mondo fondamentali che a Pepper pare di poter ravvisare sono il formismo (la psicologia viene intesa come una disciplina che cerca di costruire dei sistemi raggruppando elementi con proprietà simili; ne sono esempi le teorie fattorialiste o il DSM IV), l’organicismo (lo sviluppo della mente viene inteso come passaggio tra stadi e l’individuo è inteso, sulla scorta della metafora con l’organismo vivente, come un tutto attivo; è paradigmatica al riguardo la teoria di Piaget), il meccanicismo (il soggetto è inteso come un’entità passiva il cui funzionamento è concepito come concatenazione di parti indipendenti; ne sono esponenti il comportamentismo watsoniano, l’associazionismo in generale, l’orientamento Human Information Processing) e il contestualismo (vedi Moderato, 1995). Le visioni del mondo sono indipendenti le une dalle altre e sono tra loro incommensurabili.

Il termine più noto con cui successivamente è stato designato da parte dell’epistemologia il complesso di assunti che sta alla base della conoscenza scientifica è però quello, introdotto da Kuhn (1962), di paradigma. I paradigmi sono Weltanschaungen e modelli di ricerca ampiamente riconosciuti all’interno della comunità scientifica. Essi determinano quali domande abbiano senso in una disciplina - il cui lavoro è da Kuhn concepito come una soluzione di puzzle, e di che tipo siano le risposte che vengono cercate. Anche i paradigmi sono tra loro incommensurabili in quanto stanno a monte rispetto a qualsiasi indagine empirica i cui dati non possono permettere di stabilire l’adeguatezza del paradigma entro cui sono stati acquisiti proprio perché da tale paradigma essi sono costitutivamente informati. Nella storia della scienza si alternerebbero, secondo Kuhn, periodi, detti normali, in cui un determinato paradigma è da tutti accettato e momenti rivoluzionari in cui esso è messo in discussione e sostituito da un altro paradigma. La scienza normale è dogmatica, nel senso che i ricercatori si adeguano a degli standard condivisi e pensano tutti entro un certo sistema teorico utilizzando le medesime categorie concettuali. Durante i periodi di scienza normale i paradigmi organizzano la ricerca, nel senso che indicano quali sono gli eventi rilevanti da indagare e stabiliscono il significato di ciò che viene empiricamente rilevato. L’accumularsi di anomalie, ossia di casi che risultano in conflitto con il paradigma dominante o che in questo non ricevono spiegazione, porta a una crescente insoddisfazione per il paradigma stesso e rende vieppiù plausibile il suo abbandono a favore di un quadro generale di riferimento più produttivo.

 

 

6. Riepilogo

Dopo aver preso in considerazione alcune argomentazioni epistemologiche generali, possiamo ora riportarci alla domanda iniziale: che cosa contraddistingue la psicologia scientifica? Abbiamo rilevato che questa disciplina non si differenzia rispetto alla precedente indagine sulla mente per il fatto che si interessa di realtà da quest’ultima ignorate, ma per il particolare modo con studia tale realtà. Questo modo si caratterizza per un sistematico - e non quindi occasionale, come poteva avvenire nella psicologia filosofica - rimando a dati empirici quale giustificazione delle affermazioni compiute. Tale rimando, tuttavia, è ben lontano dall’essere, come abbiamo visto, la semplice ostensione di qualcosa che accade nel mondo, un puro indicare fenomeni o eventi che qualsiasi osservatore onesto e con un apparato percettivo regolarmente funzionante non potrebbe fare a meno di riconoscere. La base empirica della scienza non appare consistere di dati "neutri", che si impongono di per sé. Questi dati, pur dipendendo da caratteristiche intrinseche della realtà esterna, sono in parte "modellati" sulla base degli assunti da cui il ricercatore prende le mosse.

Il "che cosa" di cui si interessa una disciplina scientifica dipende quindi dal particolare punto di vista che viene adottato al riguardo. Tale punto di vista risente innanzi tutto dagli assunti generali che il ricercatore condivide circa la natura del proprio oggetto di studio. Tali assunti, variamente denominabili (presupposti, sfondi, visioni del mondo, paradigmi, ecc.), fanno riferimento a convinzioni "ontologiche" profonde, magari condivise da un’intera cultura o epoca, a credenze filosofiche, religiose o ideologiche, a particolari sensibilità di tipo etico, sociale, estetico o idiosincrasie personali. Esse influenzano lo scienziato attraverso il clima culturale complessivo dell’ambiente in cui questo opera, la formazione da questi ricevuta, le occasioni di apprendimento e gli incontri personali (per quanto riguarda la disciplina che qui ci interessa, Dilthey sosteneva che ogni psicologia nasce dall’esperienza di vita del ricercatore e perciò incorpora sempre una visione della vita e del mondo), le sollecitazioni provenienti dal mondo sociale o dalla tecnologia, o, più banalmente, la disponibilità di strumenti, il successo di certe "mode".

Gli assunti generali portano a scegliere particolari strategie di indagine e queste ultime dànno una particolare forma a ciò che viene indagato. In questo senso si può dire con Agazzi (1976) che il metodo istituisce l’oggetto di una scienza. Nel mondo esistono delle cose le quali si prestano ad essere considerate da differenti punti di vista. Il particolare metodo con cui mi metto a considerare una cosa "ritaglia" dentro questa un particolare oggetto, poiché seleziona entro la cosa alcune proprietà, enfatizza certi aspetti, stabilisce certe relazioni. Una volta così costituitosi l’oggetto, per esso diventeranno pertinenti certe questioni anziché altre, rilevanti certi problemi e non altri; il metodo stabilisce quindi ciò di cui si può parlare in relazione a quella particolare realtà. Le cose del mondo sono quindi potenziali "fasci di oggetti" e talvolta la nascita di una nuova disciplina o, all’interno della medesima disciplina, di una nuova scuola dipende appunto dal fatto che in relazione alla stessa cosa viene adottato un nuovo punto di vista. A monte di qualunque indagine scientifica vi è quindi una scelta o condivisione implicita che definisce gli obiettivi e i metodi dell’indagine stessa. Tale scelta o condivisione è in sé infalsificabile, poiché non deriva dall’indagine empirica ma ad essa preesiste e la istituisce, anche se da tale sfondo si possono derivare ipotesi che possono essere sottoposte al vaglio del controllo empirico.

In conclusione, di una stessa cosa possono occuparsi discipline differenti perché queste vi "vedono dentro" oggetti diversi essendo diversi i punti di vista che vengono adottati. Ciò giustificherebbe anche il pluralismo teorico riscontrabile in alcune discipline, tra cui la psicologia. Le varie scuole si differenzierebbero appunto perché partono da diversi punti di vista e quindi vengono a prendere in esame oggetti diversi, tra loro incommensurabili. Non avrebbe così senso chiedersi se abbia ragione o sia preferibile la scuola x o y, perché in realtà le due scuole si interessano di oggetti differenti. Per quanto concerne più specificamente la psicologia, secondo Civita (1993) la mente è "polivalente", nel senso che permette di essere descritta e modellizzata a partire da vari punti di vista, anche tra loro incompatibili. Ogni modello, tuttavia, esclude o ridimensiona gli altri, in quanto l’accentuazione o il privilegiamento di certi aspetti della mente comporta la negazione di altri aspetti. Ogni scelta non esaurisce però la totalità delle possibili caratteristiche della mente. "La mente può essere conosciuta in molti modi, perché conoscere la mente significa organizzarla o riorganizzarla; e l’organizzazione della mente non è sottoposta a nessuna legge assoluta, ma dipende da scelte e da operazioni fondazionali" (Civita, 1993, p.181). Una scelta fondazionale prestruttura il campo delle possibili direzioni di indagine che sarà successivamente possibile compiere nell’ambito di quel determinato modello di mente.

Non può pertanto essere l’acquisizione di dati empirici a fornire maggior peso a un modello anziché a un altro, poiché il significato stesso dei dati, come si è visto, dipende dalla prospettiva a partire dalla quale essi vengono considerati. Ciò tuttavia non comporta, come alcuni invece sostengono, che non esistano dei criteri, esterni alla costruzione dei modelli della mente, che permettano di stabilire quali di questi sia quello più adeguato. Né questi criteri possono tutt’al più rispondere a esigenze di tipo operativo e applicativo, ossia in relazione alla possibilità di perseguire gli obiettivi per i quali il modello è stato istituito. La natura intrinseca della cosa, per quanto inaccessibile, rende certe prospettive più o meno adeguate alla sua indagine, poiché i punti di vista che vengono adottati possono essere più o meno rispettosi delle caratteristiche proprie della realtà studiata, caratteristiche che possono essere evidenziate, per esempio, da un’analisi puramente fenomenologica della mente. E del resto, anche chi difende l’assoluta incommensurabilità dei modelli giunge comunque poi a muovere critiche ad alcuni di essi - ad esempio a quelli biologistici o computazionali - in quanto comporterebbero uno "snaturamento" della mente. Ma su che base si è argomenta contro la loro adeguatezza sostenendo che essi non colgono i veri aspetti "mentali" delle funzioni psichiche indagate? Verosimilmente perché si è fatto riferimento a una concezione della mente - in cui, per esempio, non vi sono questioni di energia o di calcoli inconsci - sì posta a un diverso livello rispetto ai modelli scientifici ma non per questo sottratta a ogni forma di valutazione che non sia un bilancio puramente strumentale delle opportunità euristiche ed applicative che essa dischiude.

L’adozione di un particolare punto di vista sulla realtà, e conseguentemente di particolari metodologie di ricerca, porta, o dovrebbe portare, con sé anche la dichiarazione di quali siano i criteri che, entro la prospettiva che si è prescelta, presiedono alla valutazione delle affermazioni. Nel caso della scienza tali criteri, oltre a implicare il rispetto di vincoli formali quali quelli della logica, devono includere, come si è detto, il riferimento a dati di natura percettiva. Occorre cioè che essi indichino quale genere di eventi empiricamente rilevabili dovranno portare ad accettare o rifiutare le affermazioni che vengono compiute. Queste indicazioni dovrebbero essere formulate in modo tale da permettere a qualunque osservatore, posto di fronte a un certo evento, si compiere i medesimi rilievi compiuti da altri osservatori. Affinché ciò avvenga occorre che tali criteri siano formulati in modo univoco e che univoche siano le descrizioni delle procedure operative che i ricercatori devono seguire per rapportare i propri asserti agli elementi empirici che si pretende li sostengano. In ciò risiede l’ "oggettività" della scienza: nel fatto che, una volta definito l’oggetto di indagine e posti i criteri metodologici per il suo studio, vi sia la possibilità di trovare un accordo intersoggettivo circa la veridicità o falsità di quanto si va sostenendo (Agazzi, 1976).

Il discorso scientifico ha quindi in sé un aspetto di contingenza e uno di necessità. La contingenza deriva dal fatto che vi è libertà nella scelta del punto di vista da adottare a riguardo della cosa di cui ci si intende interessare e nei presupposti che si tratta di condividere per dare senso a tale punto di vista e renderlo plausibile. La necessità consiste nel fatto che, una volta dichiarato il punto di vista da cui ci si vuole porre e registratosi l’accordo dei ricercatori al riguardo, essi, dovendo attenersi alle prescrizioni metodologiche che da tale punto di vista conseguono, dovranno giungere alle medesime conclusioni in quanto la natura, benché possa mostrarsi in aspetti diversi secondo la prospettiva che si adotta, è pur sempre la medesima per ognuno e ciò che è in essa inscritto deve emergere, seppur assumendo il "colore" del filtro attraverso cui è guardata, univocamente per ogni ricercatore.

 

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Siri (a cura di), I condizionamenti ideologici della psicologia, Vita e Pensiero, Milano 1980

RAPPORTO PSICOLOGIA-FILOSOFIA

Trentini G., Vigna C.(a cura di), La qualità dell’uomo. Filosofi e psicologi a confronto, F.Angeli, Milano 1988

Piaget J., Saggezza e illusioni della filosofia, Einaudi, Torino 1969

Dibattiti:

Chiari S., La psicologia tra filosofia e scienza: senso o controsenso?, Giornale Italiano di Psicologia, 14, 1987, 7-19

Antonietti A., Tra psicologia scientifica e psicologia filosofica: uno spazio da coltivare, Giornale Italiano di Psicologia,, 14, 1987, 679-684

Mecacci L., Non sono affatto meno schiavi della filosofia..., Giornale Italiano di Psicologia, 15, 1988, 145-147

Chiari S., Risposta a Luciano Mecacci, Giornale Italiano di Psicologia, 15, 1988, 149-150

DIBATTITI NELLA PSICOLOGIA ITALIANA SU QUESTIONI EPISTEMOLOGICHE

Battacchi W., Il posto dei fatti in un mondo di concetti, Giornale Italiano di Psicologia, 11, 1984, 377-384

Battacchi W., Psicologia ed epistemologia, Giornale Italiano di Psicologia, 11, 1984, 409-417

Bozzi P., Riflessioni su Legrenzi e Wittgenstein (non senza riferimenti a Moore), Giornale Italiano di Psicologia, 15, 1988, 697-707

Caramelli N., A proposito del difficile rapporto tra metodi e teorie in psicologia, Giornale Italiano di Psicologia, 6, 1979, 177-184

Luccio R., A prova di lepracauno: fenomeni paranormali e razionalità scientifica, Giornale Italiano di Psicologia, 9, 1982, 205-220

Vicario G., La psicologia "scienza giovane", Giornale Italiano di Psicologia, 5, 1978, 451-458

 

 

 
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