Prigioni della mente. Relazioni di oppressione e resistenza (Adriano Zamperini)

Come è possibile che in ognuno di noi silente alberghi un carnefice? Che cosa accade a persone comuni quando agiscono in situazioni estreme? Quale è il comportamento esibito da chi veste i panni di guardia e da chi assume il ruolo di prigioniero?

Queste sono tutte domande su cui la Psicologia Sociale ha costruito una notevole tradizione di ricerca e che ci vengono riproposte dall’Autore del libro quasi a ricordarci che la comprensione dell’Umano passa necessariamente non da una serie di “esorcismi collettivi”, attuati ogni qualvolta ci si ritrovi davanti all’orrore della nostra storia di esseri umani, bensì accettando ciò su cui Terenzio già ci ammoniva: Homo sum. Humani nil a me alienum puto.

La ragazza americana con l’iracheno al guinzaglio. Un’immagine simbolo degli orrori della guerra. Due esseri umani travolti dalla violenza della storia e consegnati alla memoria collettiva. Una nel ruolo biasimevole di aguzzino. L’altro in quello compassionevole di vittima. Entrambi messaggeri di emozioni e cognizioni che vorremmo poter respingere lontano, in un altrove spazio-temporale.

Lynndie England, questo il suo nome. Tutti cercano la chiave per comprendere l’accaduto. E tutti sono sicuri di cercarla nel posto giusto. Dunque, a chi appartengono quegli atti? Chi ne è davvero il responsabile? I vertici militari? La natura umana?

Persino quando viene stabilito chi ha ragione e chi ha torto, dove sta il bene e dove sta il male, il nostro bilancio emotivo appare ancora dissestato. Non basta individuare il colpevole. E’ l’impatto che l’intera vicenda ha su di noi a risultare decisivo.

Sembra che Lynndie ci tenga al guinzaglio – ostaggi di un sorriso beato – capace di racchiudere in sé un’intera società.

Ebbene sì, la ragazza ci somiglia. Ma a nessuno verrebbe in mente di rivendicarlo o confessarlo apertamente. La fotografia proposta da ogni mass media ci pone di fronte all’annientamento dei due protagonisti. La vittima ridotta ad animale, a cosa con cui si può giocare, e l’aguzzina rappresentata come un essere depravato, accecato dal potere: la tortura colpisce entrambe le parti.

Partendo da questa vicenda emblematica, il libro di Adriano Zamperini, con lo sguardo dello psicologo sociale, conduce il lettore là dove più stringenti sorgono gli interrogativi dentro tre prigioni: Guantanamo, lembo di terra cubana; Stanford, seminterrato del dipartimento di psicologia; Londra studi della BBC.

La prima tragicamente reale, dove l’individuo assoggettato, complice di ciò che l’opprime, è premiato. La seconda, una simulazione sperimentale degenerata in dramma. La terza, un’architettura carceraria stile grande fratello. Luoghi diversi eppure accomunati dalla medesima condizione: il loro essere siti dell’oppressione e della resistenza.

L’analisi delle relazioni che si instaurano tra le parti segregate in questi luoghi diventa materia indispensabile per comprendere la condotta umana e ci permette inoltre una presa di coscienza delle nuove, inquietanti presenze che hanno preso vita soprattutto all’interno delle società democratiche. Ci consente in definitiva di costruirci coordinate utili per smascherare quei discorsi e quelle pratiche che pretendono di imprigionare le nostre menti dentro una realtà onnivora e univoca.

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