Il riduzionismo della scienza (Giacomo Gava)

In termini molto generali, l'antinomia riduzionismo-antiriduzionismo in psicologia viene ricondotta proprio ai rapporti esistenti fra la psicologia e le altre scienze. Vi viene argomentato che secondo l'impostazione riduzionista i problemi psicologici devono essere affrontati e risolti nei termini delle scienze naturali tradizionali (fisiologia, biochimica, ecc.) e che secondo gli antiriduzionisti, al contrario, i problemi psicologici devono essere affrontati e risolti solo nei termini di una scienza specificatamente e totalmente psicologica.
In verità, occorre sottolineare che il problema del riduzionismo e dell'antiriduzionismo è sempre stato al centro del dibattito della scienza nel suo complesso. Gli scienziati ed i filosofi della scienza, ma non soltanto loro, lo considerano il nucleo fondamentale dell'intera questione scientifica. Questa particolare attenzione deriva dall'idea che dalla sua risoluzione dipendono numerosissime altre problematiche di particolare importanza, che si estendono dai campi della ricerca pura a quelli umanistici e addirittura extrascientifici. E' naturale pertanto, che tutti coloro che se ne sono occupati rivendichino con accanimento la supremazia della propria posizione. E' un argomento in cui si è detto tutto come anche il suo contrario e dove spesso il termine di riduzionismo è stato interpretato con il significato di riduttivismo se non addirittura con quello di semplificazionismo.
Con il termine di riduzionismo si intende la trasformazione di un asserto in un altro più semplice e chiaro, di una teoria in un'altra più esplicativa e previsiva. I tipi di riduzionismo sono invero molti e vanno da quelli causali a quelli di definizione. Possiamo infatti distinguere: il riduzionismo ontologico, quando un livello strutturale viene ridotto ad un altro; il riduzionismo metodologico, quando ad esempio le spiegazioni biologiche rilevanti si ottengono analizzando i sottostanti processi fisico-chimici; il riduzionismo epistemologico, quando le teorie e le leggi di un campo sono casi speciali di quelle formulate in qualche altro campo. In più sono possibili anche riduzioni intrateoriche (intralevel) e interteoriche (interlevel). Le prime riguardano le riduzioni di teorie all'interno di una stessa disciplina, mentre quelle interteoriche avvengono tra le varie scienze o, se si vuole, tra i vari livelli linguistici o strutturali.
In psicologia, come del resto in tutte le scienze, ci sono numerosissime discipline e sottodiscipline, sempre più specialistiche. Oltre ad una continua interazione e coevoluzione tra le discipline, si assiste ad un'ininterrotta proliferazione di nuove discipline, di specializzazione di settori sempre più circoscritti. La maggior parte dei settori sono costruiti da modelli, ipotesi e leggi incompleti, contemporaneamente sovrapposti, contraddittori e alle volte perfino da paradigmi rivali(32). Questo perché c'è il mondo che noi tentiamo di descrivere in qualche linguaggio, scientifico o di altro genere. Si pone però sempre un problema circa il fatto se ciò che noi diciamo del mondo corrisponda o no al mondo quale è in realtà. Ci piacerebbe conoscere la vera natura di tale rapporto di corrispondenza. Possiamo però solo indicare il rapporto in modo incerto, poiché per cercare di esprimerlo dobbiamo usare il linguaggio in una forma o in un'altra.
Nel descrivere il mondo, siamo noi che costruiamo i livelli di realtà, siamo noi che li mutiamo in continuazione e che li adattiamo a seconda delle esigenze e del progredire delle nostre conoscenze. Lo scienziato, e lo psicologo come tale, essendo legato e non potendo prescindere dal proprio cervello e dalla propria storia individuale, essendo cioè biologicamente e culturalmente limitato, non riesce a conoscere a fondo nessun oggetto di indagine fermandosi soltanto all'aspetto olistico e comportamentale. E neppure riesce a cogliere lo stesso oggetto da più punti di vista contemporaneamente. Egli riesce a comprendere soltanto una parte alla volta e appunto per questo, lo scienziato aggredisce il mondo e lo provoca da lati diversi per costringerlo a rivelare i suoi segreti ed eventualmente a cambiarlo, prevederlo e/o utilizzarlo. A questo scopo, cerca, tenta, di configurare i principali livelli strutturali del mondo entro uno dei possibili livelli linguistici, sistematizzando quanto più possibile il linguaggio utilizzato entro una scienza, una disciplina che gli possa corrispondere. Ecco perché storicamente si sono formati tanti livelli della realtà, che non sono uguali a quelli di ieri e che con ogni probabilità domani saranno ancora differenti. I vari livelli sono quindi approcci diversi allo stesso fenomeno, evento od oggetto o a loro gruppi. Sono aspetti diversi di descrizione, di spiegazione, di previsione e di controllabilità dello stesso fenomeno.

Tutto quanto argomentato, presente nella scienze e nella psicologia come scienza, potrebbe indurci a supporre che si vada verso una qualche forma di antiriduzionismo. Ma, un esame più accurato, ci mostra come tutte le scienze nel loro sviluppo cercano di scoprire sempre più cose, mirano ad ampliare e a perfezionare le proprie conoscenze. Cercano spiegazioni e teorie sempre più esaustive e precise degli stessi fenomeni, modificando e sostituendo quelle ambigue, fuorvianti e falsificate. Tendono cioè ad una maturazione il più completa possibile, con l'intento di giungere alla scoperta delle leggi di composizione e di interazione tra le parti dei fenomeni che cercano di indagare. Tuttavia, per ottenere un linguaggio condiviso, il solo modo che permette di mettere insieme le varie tessere dell'intero mosaico necessita prima che una scienza abbia ottenuto un suo pieno sviluppo e una sua maturazione. Che possa, ovverosia, permettere una riduzione, cioè una connessione tra le teorie presenti al proprio interno e, quando ciò è permesso, addirittura di una connessione con i livelli strutturali e linguistici delle altre scienze. Ad ogni modo si può parlare di riduzione solo per le teorie completamente sviluppate e corroborate.
L'antinomia riduzionismo-antiriduzionismo è pertanto un'opposizione che scaturisce da un fraintendimento. Tutte le scienze sono di fatto protese verso questa direzione. Senza questa regola metodologica, norma o principio regolativo implicito o esplicito non si lavora, non è possibile fare scienza. Non è possibile cioè utilizzare e produrre una conoscenza e una pratica caratterizzati da : il principio di controllabilità o di falsificazione empirica; il rasoio di Ockam; la corrispondenza, la consistenza e la coerenza logica; la strumentalità; l'operazionalità; la pragmaticità; l'applicabilità o l'universalità; la ripetibilità; la comparabilità, l'analogicità o l'associabilità; la correttività(38).
Per ridurre occorre prima sapere cosa, quando e perché si riduce. Molti scienziati alle volte vengono tratti in inganno dal settore in cui operano, dal loro campo circoscritto di ricerca, e fanno fatica a vedere come le teorie da essi elaborate siano riducibili a quelle di altre aree di indagine. Anch'essi, volenti o nolenti, applicano ogni giorno direttamente o indirettamente e più o meno consapevolmente una qualche forma di riduzionismo.
La riduzione implica in sostanza, il tentativo di collegare le osservazioni condotte a certo livello strutturale, con quelle ottenute indagando il livello subito sottostante. Per ottenere questo occorrono però delle adeguate "premesse aggiuntive" o dei "principi ponte" (C.G. Hempel), delle "condizioni di connettibilità" e "condizioni di derivabilità" che ci consentano riduzioni omogenee o eterogenee (E. Nagel). Oppure , seguendo le argomentazioni di Quine sulla indeterminatezza della traduzione, le riduzioni sono possibili perché si "traduce non per identità dei significati stimolo, ma per approssimazioni significative dei significati stimolo". L'indeterminatezza, sostiene Quine, non vuol dire che non vi è alcuna traduzione accettabile, ma che ce ne sono molte. Infine Shaffner argomenta che la riduzione è possibile quando e solo quando tutti i termini primitivi della teoria secondaria corretta, compaiono o sono associati con quelli della teoria primaria, in modo che tra loro vi sia corrispondenza. Da ciò dovrebbe conseguire la derivabilità della secondaria dalla primaria, la possibilità che la secondaria fornisca previsioni più accurate e controllabili, che la secondaria deve essere spiegabile dalla primaria e in ultimo che il rapporto tra teorie deve essere quello dell' "analogia stretta".
Il programma riduzionista non appare essere quindi un processo rigido con il quale un insieme fisso di idee viene spiegato in termini di un altro insieme fisso di idee del livello inferiore. Esso è piuttosto un processo interattivo che modifica i concetti a entrambi i livelli, via via che la conoscenza si evolve. E si pone come il solo metodo capace, almeno a livello ideale, di permettere la possibilità di un linguaggio condiviso non solo tra i diversi "saperi" della psicologia, bensì anche tra quelli delle diverse scienze.
In psicologia, molto spesso è stato segnalato come assumere il riduzionismo come prescrizione scientifico-normativa significhi optare per "il realismo ontologico e monista" e come accettando il materialismo riduzionista, la psicologia diventi "un capitolo della biologia da affidare alla neurofisiologia". A questo punto di vista si può obiettare che il problema del riduzionismo è costituito solo dal problema del livello strutturale a cui ci si vuole collocare e quello del relativo linguaggio entro cui si vuole configurare la realtà che si intende esaminare.
Il riduzionismo non sentenzia l'esistenza di una realtà unica sola e valida. Le realtà del mondo scaturiscono, anche per il riduzionismo, dal livello di descrizione a cui ci si vuole attenere. Pertanto, il riduzionismo neurofisiologizzante nulla toglie alla psicologia, anzi può renderle ragione di certi fenomeni, come del resto la psicologia può fornire preziose indicazioni alle neuroscienze. Mutatis mutandis, è un po' quello che avviene tra la biologia e la chimica, ma nessuno si sogna di esigere la liquidazione della biologia come scienza autonoma.
L'equivoco che porta a aborrire il riduzionismo e a semplificarlo nell'espressione di una metodologia unica è il fatto di non tener presente che oltre al materialismo riduzionista, è presente una sua forma per così dire "estremista": il materialismo eliminativista. Il materialismo riduzionista sostiene che la mente è un processo e non una sostanza e che, come la scienza moderna ha riformulato il concetto di materia in termini di processi, la mente non è stata ripensata come una forma particolare di materia. La mente, secondo quest'ottica, non è altro che un processo che dipende da particolari disposizioni della materia: è una particolare organizzazione "biologica" a dare origine ai processi mentali. Secondo il materialismo eliminativista lo schema concettuale psicologico ordinario è una concezione falsa e radicalmente fuorviante delle cause del comportamento e dell'attività cognitiva. Pertanto vi si propone di abbandonare il linguaggio mentalistico esattamente come abbiamo abbandonato il parlare di possessioni demoniache, allorché fu elaborata la moderna teoria dell'epilessia. Si dovrebbe quindi rimpiazzare la terminologia mentalistica con una nuova terminologia desunte dalle neuroscienze: con risultati un po' paradossali, a mio avviso. Questo tipo di strategia conoscitiva se può rivelarsi appropriata per capire, ad esempio, alcuni meccanismi della dislessia risulta essere, al contrario, del tutto inadeguata per studiare i rapporti tra stereotipi e pregiudizio.
Convinto insieme ad Altri che il mentale sia il risultato di "processi interattivo-simbolici", di connessioni intrasistemiche o "di rappresentazioni collettive" (G.H. Mead, G. Bateson, E. Durkheim, S. Moscovici) e che ci vogliono due cervelli in interazione simbolica per avere una mente, non riesco a non scorgere un'utilità nel prendere in considerazione un "programma di ricerca" che tenti di connettere mondo, mente e cervello, cercando di meglio comprendere ed integrare le modalità con cui questi "sistemi" siano tra di loro interconnessi e abbiano relazioni: che si cimenti cioè a rintracciare il passaggio dal biologico allo psichico. La mente sfuma nel mondo o nei mondi e il mondo o i mondi sfumano nella mente. Essa non si può solo descrivere come funzioni del cervello, ma è certo che senza cervello non si può parlare di mente. Non vi è quindi dualità tra mente e cervello, come non vi è dualità tra onde e particelle nella fisica subatomica secondo quanto afferma l'interpretazione della fisica quantistica.
La supposta irriducibilità tra "fatti" o "eventi" sociali, culturali, psicologici e naturali ha sentenziato la divisione tradizionale in scienze naturali e scienze, che per simmetria, bisognerebbe chiamare non-naturali, o meglio ancora, come non pertinenti all'ambito della natura. Fra quest'ultime rientrano le scienze sociali. Ma, questa separazione è un richiamarsi ai limiti della nostra conoscenza, o, in termini provocatori, all'inizio della nostra ignoranza. E' una dicotomia che applichiamo a fenomeni che non riusciamo a spiegare o a processi di sistemi dinamici di cui ignoriamo le condizioni iniziali rilevanti e/o le variabili che poi intervengono: piccoli cambiamenti iniziali possono generare fenomeni anche molto distanti fra loro.

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