Mercoledì, 08 Maggio 2013 10:36

L'identità personale

L’identità personale non è qualcosa di unitario e di stabile nel tempo e nelle differenti situazioni. L’identità di ciascuno è biograficamente mutevole, adeguandosi ai diversi ruoli, impersonandone sentimenti e comportamenti. Lo sforzo di integrazione tra le diverse espressioni dell’identità personale dà un senso di continuità e di stabilità solo apparente: dietro di esso, infatti, ognuno di noi sa di sperimentare un’immagine di sé contraddittoria, ora discontinua, ora conflittuale, la cui coerenza è data solo dall’effetto di verosimiglianza di una narrazione. In più, l’identità non è un fatto privato, in quanto è influenzata dalle relazioni interpersonali significative, dai contesti di appartenenza e da come ogni individuo decide di adeguare il suo modo di essere ad una certa immagine pubblica e storica del personaggio attraverso cui si identifica e vuole essere riconosciuto.

Rispetto alla psicologia tradizionale (Mecacci, 1999; Fasola, 2005; Ruspini e Inghilleri, 2008; Salvini e Dondoni, 2011), la prospettiva interazionista preferisce adottare il costrutto di identità in luogo di quello di personalità. Per la psicologia tradizionale la personalità è data da un insieme di caratteristiche stabili specifiche astoriche ed acontestuali che risiedono all’interno di ogni individuo. Per la psicologia interazionista, il costrutto di identità costituisce un nodo interattivo fra aspetti quali ruolo, rappresentazioni di sé e configurazioni di realtà. Essa è intesa come il risultato di diverse funzioni psicologiche, intrapersonali ed interpersonali che confluiscono in un processo organizzatore della conoscenza personale relativa a se stessi. L’identità è dunque anche quell’insieme di sensibilità proprie attive e sensomotorie, di routine di movimenti e di modalità espressive. Se la “personalità” costituisce un valido espediente retorico per costruire diagnosi, essa appare un costrutto inadeguato per permettere la comprensione delle ragioni dell’agire sociale e personale all’interno di comunità complesse (Ruspini e Inghilleri, 2008).

Attraverso l’identità personale gli esseri umani non solo hanno un’esperienza cognitiva ed emotiva di sé ma sono in grado sia di elaborare ed integrare in modo coerente l’informazione esterna ed interna che li riguarda, come ad esempio quella somatica (propriocettiva e dimorfica) e relazionale (simbolica, espressiva e comportamentale), sia di codificarla sotto forma di memoria autobiografica, conferendo alla storia soggettiva coerenza retrospettiva e continuità futura, sia di selezionare ed attuare i repertori di comportamento più adeguati alla propria identità di genere, sviluppando le relative competenze socialmente trasmesse (Salvini, 1993).

L’identità personale è anche un sistema di regole e di segni condivisi, attraverso cui l’individuo costruisce e dà vita a un’identità sociale. Mediante la capacità di utilizzare regole e significati, come ad esempio quelli relativi all’immagine di sé, l’individuo realizza atti comunicativi, producendo versioni di sé adatte al contesto e alle diverse forme di interazione e generando una vera e propria teoria su se stesso. L’identità personale risulta essere, infatti, sostenuta e realizzata attraverso due processi fondamentali: l’ autoconsapevolezza, ovvero il flusso di esperienza soggettiva che ogni essere umano sperimenta, e l’autoregolazione, intesa come capacità riflessiva di automonitoraggio, corrispondente alla percezione che un essere umano ha di sé e delle proprie azioni. Per un individuo essere consapevole o essere a conoscenza di qualcosa corrisponde ad indicarsela. La persona è quindi in costante interazione con se stessa attraverso un processo sociale nel quale si dà indicazioni che usa per dirigere la propria azione: i significati che attribuiamo al mondo sono pertanto regole per il nostro agire.

Mercoledì, 08 Maggio 2013 07:17

L'unica costante della vita è il cambiamento

Presso il confine settentrionale della Cina, viveva un uomo che era molto bravo nell'interpretare il significato degli eventi.

Un giorno, senza alcun motivo, il suo cavallo se ne fuggì dai nomadi, al di là della frontiera. Tutti cercarono di consolare l'uomo, ma suo padre disse: "Come puoi essere sicuro che non sia una fortuna?" Alcuni mesi dopo il cavallo ritornò, conducendo con sè un magnifico stallone dei nomadi. Tutti si congratularono con l'uomo, ma suo padre disse: "Come puoi essere sicuro che non sia una digrazia?" La fattoria, certo, si era arricchita di un bel cavallo, che il figlio amava cavalcare; tuttavia un giorno fu disarcionato e si fratturò l'anca. Tutti cercarono di consolarlo, ma suo padre disse: "Come puoi essere sicuro che non sia una fortuna?" Un anno più tardi i nomadi sconfinarono in forze ed ogni uomo valido dovette prendere il suo arco e andare a combattere. I cinesi della frontiera furono decimati. Soltanto perchè era invalido tanto lui quanto suo padre poterono sopravvivere e prendersi cura l'uno dell'altro.

In verità, la fortuna si volge in disgrazia, la disgrazia si volge in fortuna, i mutamenti non hanno fine e il mistero non può essere penetrato (Liu An)

Mercoledì, 08 Maggio 2013 07:12

Il difficile mestiere di genitore

[...] Un'accentuazione del potere dei genitori conduce inevitabilmente i figli alla ribellione o alla sottomissione, ma la sottomissione copre un intimo atteggiamento di ostilità e di ribellione. Il bambino che si sottomette impara che i rapporti sono governati dal potere e questa è una premessa perché da adulto lotti per ottenerlo. I bambini imparano presto a giocare lo stesso gioco dei genitori, il gioco del potere. Il modo migliore per avere potere sui genitori è di fare qualcosa che li turba: non mangiare, per esempio, oppure andare male a scuola, o trasgredire e violare le norme prescritte della buona educazione, o ancora dedicarsi a condotte vandaliche o auto-lesive. Di fronte a questi comportamenti “tranquillamente” auto-distruttivi, i genitori, ridotti alla disperazione, spesso promettono al bambino, se cede, di dargli quello che vuole. Tuttavia, dal momento che cedere implica una perdita di potere, la minaccia della ribellione deve essere sempre presente. Una volta che tra genitore e figlio si è instaurata una lotta per il potere, nessuno dei due può più né cedere, né vincere.
Il conflitto ha in genere origine dal desiderio del genitore di formare il figlio secondo una certa immagine e dalla resistenza che questi vi oppone. L’uso superiore della forza fisica da parte del genitore è soltanto una delle tattiche impiegate in questa lotta. In età molto tenera, i bambini sono indifesi e completamente dipendenti; li si può controllare facilmente esprimendo disapprovazione oppure facendo ricorso alla forza fisica e alle punizioni. Nei confronti dei bambini più grandi si può raggiungere lo stesso scopo con la “seduzione”. Al bambino viene promesso un trattamento speciale, una maggiore intimità, se si adeguerà ai desideri dei genitori.
La lotta per il potere tra un genitore e un figlio è di solito parte di una più grande lotta per il potere che è in atto tra marito e moglie. Il conflitto tra i generi si svolge per lo più in seno alla famiglia.

 

Mercoledì, 08 Maggio 2013 07:06

La fragilità dei legami

 

 

Oggi è più facile buttarsi nelle relazioni, ma si tende anche a farlo avventatamente, in maniera sconsiderata, gioiosa e priva di qualsiasi preoccupazione, angoscia o paura, perché entrambe le parti possono contare su una facile via di uscita nell’eventualità che il piacere ricavato non sia all’altezza delle aspettative o finisca per esaurirsi. Volendo parafrasare lo slogan utilizzato per promuovere una carta di credito, “elimina l’attesa dal desiderio”, potremmo affermare che la fragilità dei legami ha l’effetto di spogliare il desiderio dall’attesa.

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