Martedì, 30 Aprile 2013 07:43

Terapia della famiglia

La terapia familiare coinvolge non soltanto la singola persona ma anche i membri della famiglia che in qualche modo partecipano, hanno un ruolo e sono coinvolti nelle difficoltà che l'individuo esprime e manifesta. Attraverso la terapia familiare è possibile mettere in evidenza come siano le medesime interazioni e dinamiche interne alla famiglia che originano e mantengono le problematiche che la famiglia stessa lamenta e patisce. Nella terapia familiare l’attenzione è spostata dal singolo individuo alla famiglia nel suo insieme, intesa come “sistema”. L’obiettivo della psicoterapia è, quindi, quello di intervenire sulle interazioni e le dinamiche familiari mal-adattive, attraverso la collaborazione e l’assistenza di tutti i membri del sistema familiare. La psicoterapia familiare è una forma di psicoterapia che si svolge tramite incontri a cui partecipano, di regola, tutti i membri della medesima famiglia. L’intento è di capire insieme come la storia delle relazioni possa aver portato ad una situazione di "vicolo cieco", di sofferenza, di incomprensione o addirittura alla presenza di un sintomo psichico in uno dei membri della famiglia stessa. Il terapeuta familiare non considera il singolo individuo come ‘malato’ e gli altri ‘sani’, bensì considera tutti i membri della famiglia come persone appartenenti al medesimo sistema disfunzionale. Il sintomo e il disagio manifestato da un singolo membro del gruppo familiare, infatti, possiede una sua specifica funzione e significato all’interno delle relazioni e degli equilibri familiari esistenti.

La psicoterapia familiare cerca pertanto di assolvere il compito di riconfigurare le risorse della famiglia utilizzando anche strategicamente  le modalità dei colloqui psicoterapeutici che possono svolgersi o alla presenza di tutti i membri della famiglia, o possono rivolgersi  a una  coppia familiare (padre-madre, genitore-figlio ecc..), o possono essere  individuali. 

Il principale obiettivo di ogni psicoterapia  è quello di alleviare e risolvere lo stato di sofferenza del nucleo familiare, così come di ciascuno dei suoi singoli membri. Tali interventi  possono essere diretti anche alla soluzione di altre difficoltà familiari, come ad esempio: di apprendimento e di rendimento scolastico, dello sviluppo psicofisico, della socializzazione dei figli, di gestione delle problematiche più specifiche della relazione di coppia o individuali degli adulti.

La Psicoterapia familiare, inoltre,  si interessa delle difficoltà presenti in una famiglia che deve confrontarsi e saper fronteggiare anche altre situazioni cariche di complessità, come ad esempio: la disabilità fisica, cognitiva e psichiatrica, l’adolescenza, il rapporto itergenerazionale, le relazioni sociali, i lutti e le separazioni e la gestione della malattia o della vecchiaia di uno dei suoi membri, ecc.. .

Il paziente designato

Paziente designato o paziente identificato (identified patient), o "PI", è un termine usato in ambito clinico per descrivere la persona in una famiglia disfunzionale scelta in modo implicito e in modo del tutto inconsapevole per manifestare ed esprimere i conflitti interni della famiglia, attraverso un qualche sintomo psicologico o comportamento problematico.

Il “paziente designato”, cioè, é il membro di una famiglia che si fa inconsapevolmente carico del disagio dell’intero gruppo familiare attraverso l’espressione, manifesta o meno, di una qualche forma di disagio psicologico.

Il paziente designato é colui che mediante il sintomo psichico catalizza e assorbe su di sé problematiche affettive e relazionali del gruppo familiare, spesso inerenti la conflittualità tra i genitori e la loro infelicità personale e/o coniugale, ma non solo questo.

La scoperta della dinamica di ‘designazione’ si deve alla psicoterapia sistemico-relazionale ed é il frutto di osservazioni e di dati clinici estesi, più che di una ‘teoria’ a priori. Secondo il modello sistemico, il disagio psicologico di un elemento del gruppo familiare ha lo scopo di tenere coeso il gruppo là dove la famiglia é vulnerabile in ragione di dinamiche affettive, tenute implicite o nascoste per ‘tutelare’ la continuità dei legami tra i genitori e tra genitori e figli. Il paziente designato assolve, quindi, inconsapevolmente il suo compito nei modi più diversi: può soffrire di attacchi di panico o di pesanti crisi ansiose, può  sviluppare disturbi alimentari, può esprimere una depressione, oppure indulgere in condotte devianti ecc..

In tal modo, la coppia genitoriale concentra interamente la propria attenzione sul membro problematico, su questo figlio vulnerabile, inadeguato e sbagliato, sollevandosi, quasi sempre inconsapevolmente, dalla responsabilità di affrontare la relazione disfunzionale che li unisce.

Il processo di designazione é un processo inconsapevole, quindi involontario, e spesso colpisce l’elemento del sistema dotato di una particolare sensibilità, quello emotivamente più fragile e, in ogni caso, il paziente designato è chi ha meno potere nel gruppo familiare. Il paziente designato può risultare il ‘figlio più amato’, il figlio su cui uno o entrambi i genitori hanno riposto aspettative grandiose e, implicitamente, fantasie di salvezza, per mezzo dell’esperienza della genitorialità, di un matrimonio insoddisfacente.

In questo caso, la designazione si manifesta con un atteggiamento iperprotettivo e ipercontrollante nei confronti del bambino, un atteggiamento che si protrae sino alla vita adulta e che si esaspera alla comparsa della psicopatologia. Più raramente, la designazione avviene mediante esclusione del membro della famiglia che si ammalerà: sin da piccolo, il paziente designato verrà considerato ‘incapace’, ‘inadeguato’ e ‘inferiore’ e trattato perpetuamente come tale. Anche qui, per mantenere in piedi la famiglia, i genitori focalizzano l’intera attenzione sul ‘figlio malato’ e improntano la vita familiare intorno a questo problema così da evitare di confrontarsi sulla qualità del loro matrimonio e, ciascuno per sé, sui problemi personali non detti che infestano la famiglia come fantasmi nascosti.

Una delle evidenze più sconcertanti nella dinamica di designazione è che quando il “paziente designato” inizia una psicoterapia, la famiglia reagisce con sottile ostracismo o con aperta ostilità. Ciò accade – sempre inconsciamente - perché il sistema familiare designante vive lo psicoterapeuta come un invasore, un elemento che disturba il precario sistema delle relazioni interne alla famiglia, relazioni che per quanto precarie costituiscono comunque l’unica forma di equilibrio che la famiglia è riuscita ed è stata in grado di trovare.

Alcuni dei sabotaggi classici della famiglia designante sono:

  • tentare di invadere lo spazio terapeutico individuale e, quindi, cercare di controllare o manipolare lo psicoterapeuta;
  • ricattare economicamente il paziente e fare pressioni perché ottenga risultati in fretta mentre, nel contempo, si screditano terapia e terapeuta;
  • indurre il paziente designato ad abbandonare la terapia.

Questo accade perché l’operato del terapeuta smuove gioco forza il sistema, dal momento che aiuta la persona a svincolarsi dal sintomo e a raggiungere più consapevolezza e più autonomia. Quando poi i sintomi si attenuano sino a sparire, in famiglia scoppiano i drammi e il sistema designa al più presto possibile un nuovo paziente o fa di tutto per interrompere la guarigione del suo primo “designato”.

Potremmo dire che si tratta di una dinamica umana, troppo umana e al contempo terribile, se non fosse che tutti gli attori coinvolti agiscono nella totale inconsapevolezza. La rigidità morale, le regole severe, il controllo assoluto, la svalutazione, la rappresentazione “paranoide” e persecutoria di un mondo esterno ostile e difficile sono alcuni dei cardini robusti che mantengono l’equilibrio del sistema familiare designante che, anche se disfunzionale, è la sola forma di equilibrio possibile, a meno di assumersi la responsabilità del cambiamento su tutti i livelli: famigliare, di coppia, personale.

Aiutare un paziente designato è molto complesso. Prima di tutto perché non riconosce la sua designazione, avendo costruito interamente la sua identità unicamente sui ruoli che il sistema familiare gli ha messo a disposizione e gli ha indicato. Secondariamente perché egli stesso coopera con la famiglia e si oppone al cambiamento sia in quanto la sua stessa esistenza ne dipende (sul piano affettivo e, spesso, anche su quello economico) e sia in quanto teme che a causa sua ne possa derivare la distruzione dell’intero sistema familiare. Pertanto, accade spesso che il nucleo familiare si schieri “contro” la terapia e il terapeuta e che il paziente non riesca, dopo un iniziale progresso, a rendersi autonomo emotivamente dal reticolato di prescrizioni paradossali ingiunte dal sistema-famiglia allo scopo di evitare la perdita di un suo membro. Ciò comporta , in molti casi, l’interruzione del trattamento, un periodo di “stasi” e la successiva ricerca di un nuovo terapeuta, un nuovo medico, un nuovo psicologo. Perché questo è lo scopo del sistema disfunzionale: mantenere lo status quo e dimostrare che è l’unico possibile. 

 

 

 Il padre, la madre, il figlio, la figlia

(Jean Arp)

Il padre s’è impiccato
Al posto della pendola.
La madre è muta.
La figlia è muta.
Il figlio è muto.
Tutti e tre seguono
Il tic e tac del padre.
La madre è aria
Il padre vola attraverso la madre.
Il figlio è uno dei corvi
Della Piazza San Marco di Venezia.
La figlia è un piccione viaggiatore.
La figlia è dolce.
Il padre mangia la figlia.
La madre taglia il padre in due
Ne mangia la metà
E offre l’altra a suo figlio.
Il figlio è una virgola
La figlia non ha né capo né coda.
La madre è un uovo speronato.
Dalla bocca del padre
Pendono code di parole.

 

Sui figli

(Kahlil Gibran)

I vostri figli non sono i figli vostri.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
Poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
Poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare
Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi
Poiché la vita non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono
scoccate lontano.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere.

 

 

«Io sono quello che sono per quello che tutti siamo»

«Io sono perché noi siamo»

«Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti»

«Umanità verso gli altri»

Pubblicato in Psicoterapia

 

L'ipersessualità o dipendenza sessuale o sex addiction è un disturbo psicologico e comportamentale nel quale il soggetto sperimenta una necessità patologica ossessiva di avere rapporti sessuali o comunque di pensare al sesso, e ha quindi una dipendenza dall'attività sessuale (analoga a quella che si può avere per un qualsiasi tipo di droga).
Nella comunità medica e psicologica, scientifica non si è raggiunto il consenso sul fatto che la dipendenza sessuale esista effettivam

ente e su come descrivere il fenomeno. Gli esperti che ne sostengono l'esistenza la descrivono come un'effettiva dipendenza, al pari di altre come l'alcolismo e la tossicodipendenza. L'atto, in questo caso quello sessuale, verrebbe utilizzato pe

r gestire lo stress o i disturbi della personalità e dell'umore.

Alcuni studiosi ritengono che la dipendenza sessuale sia, allo stato attuale, una forma di disturbo ossessivo-compulsivo e si riferiscono ad essa come sexual compulsivity, ovvero compulsione sessuale. Altri ancora credono che la dipendenza sessuale sia un mito in sé, un sotto prodotto di influenze culturali e di altro tipo.

L'ipersessualità comporta un'attitudine dell'uomo o della donna a essere pronti, in qualsiasi luogo e con qualsiasi persona, a copulare oppure a praticare atti di masturbazione (a volte anche compulsiva), esibizionismo e voyeurismo. Per colui che ne soffre, potrebbero prima o poi deteriorarsi i rapporti affettivi e relazionali (anche gradualmente), compromettendo di conseguenza altre attività quotidiane e sociali dell'individuo. Il soggetto affetto da dipendenza sessuale può avere livelli più alti, rispetto alla media della popolazione, di disturbi della personalità e dell'umore quali ansia, depressione, aggressività, ossessività e compulsività.

Le conseguenze di una dipendenza sessuale possono essere molteplici, ma non necessariamente si presentano contemporaneamente in tutti i soggetti, inoltre possono essere più o meno accentuate a seconda del livello, della gravità e del tipo di dipendenza.

Tra le conseguenze indotte dalla dipendenza sessuale possono essere citate:

Stress fisico
Deterioramento delle relazioni sociali
Diminuzione della memoria a breve termine e di sintesi;
Opacità cognitiva e diminuzione delle abilità cognitive quali: intuito, astrazione, sintesi, creatività, concentrazione;
Diminuzione del rendimento fisico; stanchezza cronica
Alterazione del sonno
Aumento dell'ansia, senso di frustrazione, apatia
Disorientamento progettuale: incapacità di operare scelte importanti o di cambiamento
Svalutazione di sé, tristezza, malinconia e depressione; irrequietezza; isolamento sociale.
Tra le conseguenze legate specificatamente alla sessualità:

Saturazione attrattiva e affettiva, difficoltà di innamoramento.
Variazione delle consuete relazioni sessuali: il soggetto cerca di ricreare con il proprio partner uno schema osceno.
Terapia

Il disturbo, investendo naturalmente il campo psicologico, viene di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, all'interno della quale viene applicato un metodo leggermente diverso da quello usato nell'astinenza (utilizzato ad es. nelle dipendenze da alcol e droghe), un procedimento che si prefigge l'obiettivo di spingere il soggetto a superare l'ossessiva percezione del bisogno e ritornare ad avere un sano rapporto con la sessualità. Nei casi più ostinati, accanto alla psicoterapia, possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche in grado di attenuare la libido.

 

 

 

 

Pubblicato in Sessuologia
Lunedì, 10 Dicembre 2012 08:37

Arti Marziali come Psicoterapia

Nevrosi e psicosi non necessitano solo di terapie verbali o di psicofarmaci; le discipline marziali, che per propria natura fondono corpo e mente, hanno in questo campo virtù terapeutiche
E' ormai risaputo che, rispettando determinate condizioni, l’attività fisica induca un miglioramento dello stato di salute; e migliorare il proprio stato di salute sembra essere un’ambizione comune a molti. Ciò che invece merita di essere approfondito è che a una pratica sportiva sono connessi determinati benefici psicologici, secondo l’attività fisica praticata.
L’effetto terapeutico dello sport sullo psichismo sembra evidente: lo sport è fondamentale per un armonico sviluppo della personalità; è strumento di educazione, di socializzazione, di equilibrio e di terapia; è fondamentale nello sviluppo ed è di notevole aiuto nei casi sia di nevrosi sia di psicosi.


Dallo sport uno sviluppo armonico

Lo sport è quindi per tutti. Esso può essere definito in base ad almeno quattro elementi psicologicamente importanti: movimento, gioco, norma, agonismo. In base a questi elementi potrebbe risultare un elemento fondante, determinante se non addirittura decisivo per un normale e armonico sviluppo psichico del bambino e dell’adulto; ecco allora che è il non praticarlo che può contribuire a determinare alcune patologie psichiche, tanto più in una società che già di per sé contiene elementi alienanti. Non è più possibile dunque considerarlo soltanto un complemento pedagogico.
Si potrà quindi avere un armonico sviluppo delle tre grandi determinanti della psicologia umana, che, secondo Ossicini, potrebbero essere definiti come: unità psicofisica, unità conscio-inconscio e unità relazionale. Nell’attività fisica non c’è solo il vivere la propria aggressività, c’è anche l’istinto dell’eros, l’amore, la sessualità. “La dinamica di gruppo è l’esperienza attraverso la quale l’individuo esprime delle cariche libidiche, di relazione istintuale e d’amore che vanno al di là dell’individuo, dell’egocentrismo, della pura esperienza relazionale, e che determinano una dinamica di rapporti più profonda. Lo sport può esercitare un’enorme influenza, perché c’è uno scarico di tensioni verso ideali; c’è una catarsi, una capacità di esprimere e di scaricare una tensione d’amore, un rapporto d’amore profondo che è un bisogno decisivo nello sviluppo psicologico umano”.
L’attività sportiva può dunque definirsi psicoterapico-simile, perché favorisce l’emancipazione dell’Io, la sua naturale espressione, e un sano ridimensionamento della realtà. Da essa sono soliti trarre vantaggio soprattutto soggetti nevrotici di età compresa tra i 20 e i 30 anni (specialmente attraverso attività quali, per esempio, il judo o il pugilato).
In alcuni gruppi di terapia con soggetti nevrotici, si è visto che il praticare uno sport consentiva risultati positivi come un minore bisogno di psicofarmaci o lo sviluppo di un maggiore autocontrollo. Antonelli parla di sport come “sentinella della salute”.
Se lo sport è efficace come mezzo terapeutico per le nevrosi, può esserlo in realtà anche per le psicosi; in tali casi ci si trova però di fronte a problemi che l’attività sportiva può solo attenuare ed entro certi limiti contenere.
Comunque Ossicini riporta di bambini psicotici trattati con terapie individuali e di gruppo composte da attività fisica accompagnata a una psicoterapia con risultati che paiono confortanti.

 

“ Conosci il nemico e conosci te stesso: in centinaia di battaglie non sarai mai in pericolo” Sun Tzu L’arte della guerra

 

Breve storia delle arti marziali

Le arti marziali traggono la loro origine dalla necessità dell’uomo di imparare a difendersi. Le prime testimonianze ditali forme di lotta e di autodifesa giungono da antiche statuette babilonesi risalenti al 3000-2000 a.C. Occorre poi seguire la storia dei popoli, le loro evoluzioni, i loro commerci e spostamenti per arrivare a trovarne tracce più evidenti in India e in Cina intorno al 1000 a.C. Le condizioni della storia favorirono il nascere e il progredire di queste arti facendo sì che si fondessero movimenti corporei con tradizioni religiose e mediche. Si hanno notizie più certe su di esse solo da quando ebbe origine la trasmissione scritta degli esercizi delle varie discipline, cioè tra il V secolo a.C. e il III secolo d.C.
Esiste una leggenda che fissa quasi la data ufficiale della comparsa delle arti marziali: si narra che un monaco buddista indiano di nome Bodhidharma, nel 520 d.C., giunse in Cina nel famoso tempio di Shaolin; e lì si fermò per diffondervi la dottrina del Buddha. Bodhidharma insegnava metodi e pratiche utili a raggiungere una buona forma fisica e contemporaneamente miranti a raggiungere un’unione armonica tra lo spirito e il corpo; i suoi principi discendevano dal più antico yoga indiano. A parte i dubbi storici sull’attendibilità ditale leggenda, è sicuro che pratiche mentali come la meditazione e fisiche come gli esercizi marziali erano aspetti complementari del buddismo: l’arte marziale veniva così considerata come un sentiero che, in virtù dell’unione tra corpo e mente, poteva condurre alla perfezione spirituale. Le tecniche apprese erano poi di enorme aiuto ai monaci buddisti per difendersi dai predoni durante i loro viaggi.
Sempre grazie alla storia, lo sviluppo di queste arti proseguì verso Est. Stili nuovi e tecniche nuove sì svilupparono e si diffusero in tutto l’Oriente sotto l’influsso di componenti ambientali, filosofiche e religiose. Sistemi completi di arti marziali giunsero in tutto l’Est e il Sud-Est asiatico; ognuna di queste correnti arricchiva la concezione stessa di arte marziale, aggiungendo ad essa qualcosa di proprio e originale.

Bodhidharma, il fondatore dello Zen, è spesso citato anche per avere detto: “Sebbene la via del Buddha sia predicata per l’anima, corpo e anima sono inseparabili”.
Questo è soltanto uno tra i numerosissimi esempi per dimostrare che, diversamente da quanto risulta dalla nostra cultura, facendola risalire, in genere, alla separazione tra corpo e mente operata da Cartesio, la psicosomatica ha radici molto più antiche.

 

Due classi di arti marziali

Così come sono giunte a noi oggi, le arti marziali possono essere suddivise in due grandi classi: le arti marziali morbide e le arti marziali dure, così evolutesi per fini e scopi diversi.
La scuola dura si avvale di colpi diretti e precisi, con lo scopo, si potrebbe dire, di opporre forza alla forza dell’avversario. Arti marziali dure sono, per esempio, il kung-fu,la thai-boxe, il full contact.
La scuola morbida si caratterizza invece per movimenti ampi, circolari, lenti e, appunto, morbidi, senza rigidità muscolare: lo scopo è principalmente dirigere la forza dell’avversario contro l’avversario stesso. Arti marziali morbide sono, per esempio, il tai chi chuan, il judo, l’aikido. A ben guardare però molto spesso la suddivisione tra arti dure e morbide non è così marcata: tra gli stili morbidi (definiti anche “interni”, che enfatizzano la filosofia e la meditazione) e gli stili “duri” (definiti anche “esterni”, che enfatizzano invece la competizione e il combattimento) ci sarebbe in realtà un continuum.
Un’arte marziale è una delle poche attività che può essere praticata lungo l’intero arco della vita. Non è necessario avere uno scopo da raggiungere, basta semplicemente vivere ciò che si sta facendo. L’arte marziale è un viaggio in cui importante è arricchirsi lungo la strada; non tanto arrivare a destinazione, se una destinazione finale esiste. L’importante è il processo, non il prodotto.

 

Benefici psicosociali

I paralleli tra la psicoterapia e le arti marziali sono diversi. Si può affermare che tutte le arti marziali possono essere concepite come una sorta di psicoterapia. L’efficacia dell’approccio fisico è attribuibile alle basi fisiche (fisiologiche) dell’esperienza. Piaget mostrò che i bambini imparano primariamente attraverso vie visuali, tattili e cinestetiche, che sono più tardi integrate in cognizioni più elevate; Stern sostenne che la modalità fisica dell’esperienza è presente lungo tutta la vita, e la capacità di ciò che egli chiama “percezione transmodale” indica che tale apprendimento fisico è automaticamente trasportato alla sfera cognitiva ed emozionale.
Fuller ritiene che alcune arti marziali posseggano qualità che sostengono la salute psicologica e promuovano cambiamenti personali in una direzione socialmente desiderabile. Egli punta il dito sul fatto che i paralleli teorici tra la psicoterapia e le arti marziali sono diversi. Parsons trova anche una certa similarità di vocazione tra lo psicanalista e il praticante arti marziali; Nardi esamina i paralleli tra la rational emotive therapy di Ellis e alcuni principi della pratica marziale (per esempio il concetto di mushin, cioè uno stato in cui la mente non si fissa in particolar modo su qualcosa, ma rimane aperta e disponibile verso tutte le cose e riflette come farebbe uno specchio). Come Parsons, egli considera le capacità di uno psicoterapeuta e di un maestro di arti marziali come essenzialmente complementari. Saposnek discute le similarità tra i principi dell’aikido e le tecniche impiegate in terapia familiare strategica (per esempio una visione circolare della causalità, l’uso del paradosso e altri). Gleser e Brown fanno notare che il concetto di ju (morbido), cioè il cedere per usare la forza dell’avversario contro l’avversario stesso, èun concetto che è stato — inconsapevolmente applicato in terapia dinamica e nelle psicoterapie strategiche di parecchi Autori fra cui: Erikson, Watzlawitck, Rogers, Bandler e Grinder. Reinhard collega l’aikido al metodo Feldenkrais.
Secondo Seitz e collaboratori le arti marziali hanno molto da offrire alla psicoterapia, particolarmente in termini di energia (chi o ki), per quanto riguarda il corpo, la mente e le relazioni interpersonali. Un’efficace gestione dell’energia è una dimensione importante nelle arti marziali, come nelle professioni riguardanti la salute mentale. A ciò si potranno anche aggiungere i concetti di distanza, tempi e posizione.
Weiser e collaboratori propongono le arti marziali come utili, appunto, per la salute mentale oltre che per quella fisica. Rappresenterebbero dunque una legittima forma di terapia sia per le nevrosi sia per alcune malattie mentali croniche, già di per se stesse, ma soprattutto in aggiunta alla psicoterapia verbale: esse sono tanto più utili in sostegno alla psicoterapia verbale in soggetti che hanno difficoltà di relazione con una modalità verbale, come pazienti psicosomatici e alessitimici. Come dimostrato da Kutz e collaboratori riguardo alla pratica della meditazione, le arti marziali evidenziano problemi che, osservati, possono essere trattati in psicoterapia: si rivelano per esempio in maniera chiara le difficoltà di relazione i sentimenti di paura e la regolazione delle distanze interpersonali. La pratica degli esercizi delle arti marziali può direttamente migliorare la salute mentale: favorisce l’integrazione corpo-mente, il rilassamento, l’attenzione, la comunicazione, l’autoaccettazione; insomma, come una psicoterapia conclusa con successo, una pratica adeguata delle arti marziali innalza i sentimenti di armonia, di controllo e il proprio senso di autostima. Come nella terapia verbale, il processo può essere doloroso e frustrante, ma favorire un’occasione di crescita, in particolare per i soggetti nevrotici, per coloro i quali soffrono di sentimenti di inadeguatezza, un basso senso di autostima, ansia e depressione.
Stuart e Sacco le vedono, inserite in un adeguato setting terapeutico, come uno straordinario aiuto, una forma di ego-bu ilding psychotherapy. Tali attività sarebbero anche sfruttate nel campo sociale, per esempio nel trattamento di adolescenti violenti.


Effetti a breve termine

Riguardo gli effetti a breve termine delle arti marziali esistono ancora pochi studi.
In uno di questi, una singola sessione di jogging o di sollevamento pesi portava a una riduzione della tensione, dell’ansia e della depressione nei soggetti subito dopo l’esercizio. Una singola sessione di karate invece non portava a cambiamenti. Sembrerebbe perciò necessario un minimo di attività perché avvengano certi cambiamenti. Al contrario una singola seduta di tai chi chuan aiuterebbe a ridurre i livelli di stress subito dopo un’esperienza stressante.


e a lungo termine

Esiste invece una vasta letteratura sugli effetti a lungo termine della pratica. Varie arti marziali sono state studiate. In generale, si evidenzierebbe una relazione inversa tra cinture nere o tempo di pratica e ansia ostilità e nevroticismo.
Ci sarebbe una correlazione positiva tra cinture nere (o periodo di pratica) e selfconfidence, fiducia in se stessi e autostima.
Il principio del cedere, naturalmente, non è sempre raccomandabile, sia nel judo sia in psicoterapia. Per esempio, quando potrebbe nuocere al paziente, oppure quando manca da parte di questi la volontà o la motivazione, Il principio del ju è applicabile con maggior successo con pazienti “oppositori”, riuscendo invece difficile con soggetti passivi.
Una serie di studi longitudinali mostra che la pratica delle arti marziali favorisce un decremento dell’ostilità, rabbia e la sensazione di vulnerabilità agli attacchi. La pratica favorisce anche un incremento dell’autoconfidenza, autostima e self-control.
Va però fatto notare, come fa anche la Madden come non sia corretto studiare gli aspetti psicologici di chi pratica le arti marziali in generale. Tali aspetti, infatti, varierebbero sensibilmente tra i praticanti dei diversi stili e delle diverse arti, proprio per i concetti e le filosofie che ne stanno alla base. Un karateka, quindi, sarebbe molto diverso da un judoka.
In uno studio di Foster studenti di karate mostravano un decremento dell’ansia di tratto, mentre quelli di aikido non facevano altrettanto. Anche se tale studio presentava alcuni problemi metodologici, evidenzia comunque l’aspetto che certe arti marziali possano portare a cambiamenti più o meno rapidamente di altre.
Da quando si è ritenuto che le arti marziali possano offrire benefici psicologici, un grande numero di persone ha guardato a esse come a un aiuto per trattare disordini psicologici. Guthrie ha trovato, per esempio, che donne guarite da abusi psicosessuali, disordini alimentari, abusi di sostanze e crescita in famiglie disfunzionali riportavano che il karate era stato loro di aiuto per la guarigione. In un altro studio Weiser e collaboratori mostrarono che la pratica del karate Shotokan aveva aiutato un paziente a raggiungere più velocemente risultati in terapia verbale. Parecchi gruppi sono stati usati per lo studio delle arti marziali come trattamento psicologico. Il judo, per esempio, risulterebbe essere utile a soggetti disabili, ma potrebbe anche favorire l’evoluzione di una psicoterapia, in particolar modo in soggetti regrediti e pazienti psicotici violenti difficilmente raggiungibili con una terapia verbale. Anche il tai chi chuan viene usato con successo in soggetti con disabilità fisiche.
L’aikido negli adolescenti con problemi comportamentali fornirebbe maggiori incrementi nell’autostima rispetto al trattamento tradizionale, e altri studi rivelano che le arti marziali possono ridurre problemi comporta-mentali nei bambini. L’aikido è stato anche usato come strategia d’intervento in studenti con gravi disturbi emozionali.
Uno degli studi più citati in letteratura è quello condotto da Trulson: veniva così evidenziato che adolescenti identificati come delinquenti che avevano seguito per sei mesi un corso di taekwondo tradizionale (con tecniche di meditazione, brevi letture sul taekwondo e apprendimento delle tecniche fisiche) mostravano un decremento dell’aggressività e dell’ansia e un incremento dell’autostima. Contrariamente, in un altro gruppo che aveva seguito un corso di taekwondo moderno (solo tecniche fisiche), i ragazzi mostrarono un’aumentata tendenza alla delinquenza e un aumento dell’aggressività.


Mente e corpo

La arti marziali non possono essere definite precisamente con il termine di sport quale noi lo intendiamo oggi: questo perché sono diverse nella concezione e negli scopi; hanno una tradizione e una componente filosofica e formativa che vanno infatti ben oltre la pura parte agonistica. Esse sono nate per motivazioni ed esigenze precise, e anche il loro corso storico ha un suo significato. Per loro stessa definizione, il loro scopo è il perfezionamento del carattere.
Si può subito notare una differenza fondamentale: gli sport occidentali tendono a enfatizzare la competizione, mentre le arti marziali orientali hanno posto più l’accento sull’autoconoscenza. Hanno quindi alla base una filosofia inerente al loro stesso modo di vivere, che enfatizza tra l’altro l’osservazione rispetto all’azione, l’integrazione tra corpo e mente, e ha una forte componente meditativa. Ed è perciò che anche gli aspetti non-fisici delle arti marziali hanno un’influenza a lungo termine sui cambiamenti psicosociali dei partecipanti. Le ricerche che comparano le arti marziali con altre attività fisiche suggeriscono in genere che le prime producono cambiamenti psicosociali migliori sia in qualità sia in quantità rispetto a quelli prodotti da molte altre attività. Il tai chi chuan, per esempio, è ritenuto la pratica marziale per eccellenza per ridurre l’incidenza dello stress. Rispetto ad altre attività fisiche, riduce l’incidenza di incubi notturni e conduce a maggiori decrementi nella rabbia e disturbi d’umore. Vi sono casi in cui i risultati forniti da una terapia marziale sembrerebbero essere migliori di quelli offerti da una psicoterapia. Questo probabilmente perché le arti marziali consentono, per loro propria definizione, un soddisfacente lavoro sia sul corpo sia sulla mente. Non si sa però esattamente quali aspetti influiscano maggiormente sui vantaggi psicologici offerti dalla pratica: potrebbe essere più l’aspetto fisico, o la filosofia che soggiace a ognuna di esse, o ancora l’influenza dovuta al maestro (molto più di un semplice allenatore); o, ancor più probabile, la combinazione di tutti questi fattori messi insieme.
Esistono invece alcune problematiche che non sembra possano essere trattate con le arti marziali. Jasnoski e collaboratori, per esempio, hanno trovato che l’esercizio aerobico era efficace nel ridurre le caratteristiche della personalità di tipo A (aggressività. iper-allarme, emozioni ostili), mentre con l’aikido non si otteneva lo stesso risultato.
Resta poi da considerare il fatto che non si può prescrivere una pratica che sia uguale per tutti: bisognerebbe valutare attentamente, per esempio, se un soggetto è maggiormente predisposto a un’arte marziale offensiva oppure difensiva.
Va infine considerato che le arti marziali sono controindicate in alcuni casi: in particolare sono controindicate per soggetti che potrebbero usare le tecniche di combattimento in maniera inappropriata, come personalità sociopatiche, o persone che fanno abuso di droghe o alcolici.
A seguito delle ipotesi sulle possibilità psicoterapeutiche offerte, si prospettano perciò molteplici sviluppi di ricerca, riguardo al loro impiego come psicoterapia, da sole, o come un’utile integrazione alle terapie verbali.

Alessandro Mahony
Psicologo, ricercatore universitario Cattedra di Psicologia Clinica
Facoltà di Medicina e chirurgia Università degi Studi di Brescia


Sport&Medicina 2002

Pubblicato in Psicoterapia
Martedì, 13 Novembre 2012 10:13

Psicologia clinica

La psicologia clinica è una delle principali branche teorico-applicative della psicologia. Comprende lo studio scientifico e le applicazioni della psicologia in merito alla comprensione, prevenzione ed intervento nelle problematiche psicologiche e relazionali, a livello individuale, famigliare e gruppale, compresa anche la promozione del benessere psicosociale e la gestione (valutativa e di sostegno) di molte forme di psicopatologia.

Assetti centrali della sua pratica sono le applicazioni cliniche delle attività di prevenzione, valutazione, abilitazione-riabilitazione e sostegno psicologico, con particolare (ma non esclusivo) riferimento alla psicodiagnostica ed all'intervento psicoterapeutico, che ne rappresenta un ulteriore sviluppo specialistico rivolto soprattutto alla presa in carico delle situazioni ove è presente una psicopatologia strutturata.

In un senso più ampio, l'operato dello psicologo clinico si rivolge alla prevenzione primaria delle condizioni di disagio personale e relazionale; alla promozione del benessere psicologico e psicosociale; all'identificazione precoce delle problematiche o patologie; al corretto inquadramento dei fattori psicologici, personologici, famigliari, relazionali, ambientali e contestuali che generano e mantengono il disturbo o la difficoltà psicologica; alla gestione clinica, tramite consulenze, colloqui e diverse tecniche di sostegno psicologico, delle principali tipologie di difficoltà personali, famigliari, gruppali e comunitarie; all'abilitazione/riabilitazione nelle problematiche emotive, relazionali, comportamentali o cognitive che fossero non integralmente risolvibili; al sostegno in situazioni di crisi emotiva, relazionale o decisionale del cliente..

Il termine "clinico" non si esaurisce appunto, come erroneamente a volte si ritiene, nella pratica psicoterapeutica. Esso deriva dal greco clinè (letto), e nella prospettiva medica stava ad indicare la cura fornita al capezzale del malato.

L'erronea equivalenza "psicologia clinica = psicoterapia" è probabilmente individuabile nel significato etimologico del termine, associato ad una prospettiva di intervento medico piuttosto che psicologico. Di qui anche l'identificazione di questa disciplina come "psicologia medica", dizione in realtà impropria. Il termine "clinico" in medicina è diventato sinonimo di intervento terapeutico, e quindi viene riferito alla "patologia": in psicologia il termine conserva però anche l'originario significato di cura, e viene quindi applicato indipendentemente da un'eventuale patologia del soggetto (ad es., viene applicato anche ad interventi su forme di disagio emotivo-relazionale, anche se tale disagio non si è necessariamente strutturato sotto forma di disturbi psicopatologici nosograficamente specificati).

Esso corrisponde al "prendersi cura di" (to care) piuttosto che al "guarire" (to heal), e quindi è applicato anche nelle situazioni di "normalità", per facilitare e sostenere il benessere e lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale del soggetto. Il doppio significato del termine, nella medicina rispetto alla psicologia, ha dato origine a non pochi equivoci sul ruolo della Psicologia Clinica stessa nelle sue applicazioni. Nelle declaratorie ufficiali italiane delle discipline universitarie, la psicologia clinica è rubricata nel Settore Scientifico Disciplinare (SSD) "M-PSI/08", stabilito dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica.

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