Martedì, 22 Maggio 2012 13:14

Sindromi da paura del successo (nikefobia)

 

E’ apparentemente incomprensibile come un atleta, nell’affrontare il confronto agonistico, possa temere di vincere. Eppure questo fenomeno è tutt’altro che raro. Nell’ambito di queste sindromi possiamo distinguere le depressioni da successo e le inibizioni al successo, entrambe sostenute da profondi e perturbanti conflitti personali con cui alcuni individui vivono la situazione sportiva. Tali conflitti spesso nascono dai significati stessi attraverso cui è nominata e descritta la propria esperienza agonistica (i significati che attribuiamo al mondo, sono regole per il nostro agire), cioè si generano proprio dal senso che la persona attribuisce, in modo implicito o esplicito, alla pratica sportiva e al modo in cui viene ad incastonarsi nella sua vita.

 

Depressione da successo

Con depressione da successo si definiscono le reazioni disforiche ad eventi soddisfacenti. Si tratta di una depressione paradossa che talvolta segue al raggiungimento di un successo o di un vantaggio più o meno inaspettato.

Nello sport, così come in altri contesti della vita, questo fenomeno non è così raro. E’ il caso dell’atleta che, non appena conquistato un titolo importante, accusa un “inspiegabile” crollo della forma e dell’umore. Si tratta di un forte senso di insicurezza per cui si teme inconsapevolmente la responsabilità legata alle conseguenze del successo.

La depressione da successo, in termini molto generali, nel suo processo di costruzione di realtà assume più o meno la seguente forma: ogni volta che la tristezza prevale sulla gioia, come eco di un successo, significa che l’affermazione conquistata è vissuta come una colpa, dove la vittoria è la prova di un’aggressività che si è lasciata fluire in tutta la sua intensità più pericolosa. L’atleta vittorioso, pertanto, non può rallegrarsi per il successo sportivo perché si colpevolizza nell’intimo, in modo più o meno consapevole, e deve perciò autopunirsi rivolgendo contro di sé l’aggressività distruttiva che lui stesso stigmatizza e che gli ha comunque consentito di raggiungere il risultato, uccidendosi come atleta.

In più, un altro aspetto psicologico riguarda il fatto che la conquista di un record o di un importante obiettivo sportivo, risulta essere un potenziale fallimento per il resto della propria vita sportiva, cioè nel senso che è anche un impegno a ripetere a oltranza prestazioni di eccezione, un peso emotivo che costituisce il rovescio della medaglia di ogni grosso successo sportivo.

Un atleta, professionista o dilettante che sia, ha il dovere di essere sempre all’altezza delle sue prestazioni migliori: il pubblico lo esige, così come gli allenatori. I grandi atleti sono assai mitizzati e vissuti talvolta in modo particolarmente idealizzato, tanto che se si è disposti ad ammettere l’errore di un uomo o di una donna della strada, meno si è disposti a comprendere l’umanità di un eroe delle cronache sportive, del campo di gioco o della palestra.

 

Inibizione al successo

Sono forme dovute a più o meno velati sensi di colpa, che mettono l’atleta nella condizione di ricercare attivamente un processo di autopunizione catartica. In genere si tratta di complesse configurazioni psicologiche in cui il successo è ritenuto non solo un premio non meritato, ma anche il simbolo della realizzazione di inconfessati e illeciti desideri, che devono conseguentemente essere frustrati e temuti in quanto violano gli assetti normativi ed etici che l’atleta stesso ha interiorizzato come componenti costitutive della propria identità.

Disturbi di questo genere sono presenti in quegli atleti che rendono di più in allenamento, sciupano banali occasioni di successo, si sentono emozionati ed ansiosi durante la gara e perciò non rendono come potrebbero, oppure che vanno incontro ad incidenti con particolare frequenza.

L’inibizione al successo è la forma più eclatante di nikefobia. La sindrome è decisamente specifica. Può colpire atleti a tutti i livelli, dal più puro dilettante (anche in età scolare) al professionista più impegnato.

Il successo sportivo può provocare vari problemi, che sono più o meno noti e che possono creare delle grosse remore, spesso in modo inconsapevole, alla conquista di successi decisivi:

  • Isolamento sociale ed affettivo. L’affermazione sportiva di un ragazzo o di una ragazza provoca un notevole risentimento nei membri del suo gruppo. Gli amici gioiscono per identificazione con il o la fortunato/a, ma, nel contempo, lo osteggiano per invidia, pensano che lui o lei non abbia più bisogno di loro e arrivano a provocarlo/a per confermare l’ipotesi. L’isolamento può evidenziarsi anche a livello sentimentale: il ruolo del o della partner del neo-campione o della neo campionessa è delicato e vulnerabile. Spesso il partner non riesce ad adeguarsi al nuovo ritmo e tipo di vita a cui l’atleta è costretto e, ancora più spesso, si sente inadeguato al ruolo o decisamente inferiore ai presunti o agli effettivi rivali che il proprio compagno o la propria compagna potrebbero incontrare nel mondo sportivo di cui fanno parte. I tifosi possono costituire un nuovo oggetto d’amore, ma vengono subito riconosciuti come eccessivamente pretenziosi, ambivalenti, infidi. Le loro aspettative non sono mai realistiche, il loro amore è superficiale e bisognoso di continue conferme, il loro umore instabile e tutt’altro che rassicurante. Il neocampione si trova così improvvisamente e penosamente solo, catapultato in un mondo in cui si muove con l’impaccio timoroso di un astronauta sulla luna.
  • Sensi di colpa. La conquista del successo richiede una notevole aggressività. Questa ha bisogno di essere gestita con disinvoltura fin dall’età infantile affinché ce se ne possa avvalere impunemente al momento opportuno. Invece, esistono tuttora molti climi familiari in cui si tende a frenare la naturale aggressività dei bambini. Un’aggressività soffocata può avere due sbocchi: o resta inutilizzata a vita, ed allora l’individuo sarà sempre un emarginato, un succube, un debole, un passivo, oppure non sopporta tanta coercizione ed esplode, superando i limiti della sicurezza sociale e scadendo nella violenza. La condotta violenta non dipende da un’eccessiva aggressività ma da un “guasto” pedagogico nel controllo di un’aggressività che è pur sempre normale. L’impostazione anti-aggressiva di una certa educazione non fa altro che evocare fantasie compensatorie di violenza , sempre vissute con ansia, impotenza, ribellione, colpa. Lo sport richiede aggressività. Questa evoca esperienze infantili. Se si cresce nel culto del rifiuto dell’aggressività, lo sport è vissuto come un grosso rischio perché è un chiaro atteggiamento contro la famiglia. La vittoria è il frutto dell’aggressività, ma è anche la prova della liberazione e della legittimazione di ciò a cui non ci si autorizza o si proibisce, il che crea sensi di colpa, perplessità, esigenze autopunitive, stati d’ansia. In queste condizioni appare comprensibile che si possa aver paura di vincere.
  • Risentimento. A parte l’atteggiamento repressivo verso l’aggressività, molti climi familiari sono eccessivamente esigenti in merito ai risultati scolastici ed al rispetto delle regole educative. La punizione è frequente per ogni minima sbavatura, mentre la gratificazione viene concessa solo per prestazioni eccellenti. Purtroppo questo atteggiamento è diffuso anche nel mondo dello sport, dove molti allenatori sono eccessivamente restii a gratificare gli atleti per risultati appena buoni, esigendo sempre e soltanto prestazioni eccelse: questo atteggiamento è frustrante, deleterio, improduttivo. Un ragazzo o una ragazza cresciuti in un clima del genere possono nutrire una giustificata ostilità verso ogni autorità troppo esigente e cogliere ogni occasione per vendicarsi o colpirla , naturalmente a livello inconsapevole. L’eventualità di una vittoria di prestigio può essere quindi rifiutata al solo scopo di non gratificare chi non la merita, cioè un autorità esterna o solamente interiorizzata.
  • Razionalizzazione. Un atleta può avvertire il peso emotivo di un grosso successo, o solo avere un vago sentore dei problemi che incontrerebbe se vincesse; cioè può sentirsi candidato al destino della sindrome della depressione da successo. Il mezzo migliore per evitare di confrontarsi con se stesso sembra quello, di solito, dell’iper-razionalizzazione, allo scopo di rinviare alle “calende greche” la cosiddetta ora della verità e di sottrarsi con ogni scusa all’appuntamento con le gare più impegnative. Ci sono atleti che riescono a diffondere nell’ambiente la convinzione delle proprie grandi possibilità ma che teme di deludere nelle prove decisive. Allora, escogitano ogni stratagemma per evitare queste prove, con una serie pressoché infinita di impedimenti di vario genere, creati e sfruttati ad hoc più o meno consapevolmente.

 

Pubblicato in Psicologia dello sport
Lunedì, 21 Maggio 2012 16:56

Sindromi da paura dell’insuccesso

 

Derivano in maniera comprensibile dal timore di non poter coronare con la vittoria la carica emotiva che sostiene l’agonistico confronto con altri soggetti. Comprendono una forma acuta, l’ansia pre-agonistica, ed una cronica, la sindrome del campione.

 

Sindrome pre-agonistica

Corrisponde alla pre-start anxiety della letteratura scientifica americana. Questa sindrome consiste in una reazione ansiosa, particolarmente intensa, nell’immediata vigilia di un qualunque evento ricco di contenuto emotivo e tale da suscitare, nell’atleta, più o meno legittime preoccupazioni di insufficienza o di incapacità.

Tale sindrome si può verificare in ogni campo dell’attività umana, ma è naturalmente più frequente nello sport, dove ogni evento si conclude con un risultato immediato.

Ogni sportivo sa che il successo è dovuto in gran parte al grado di concentrazione con cui si aspetta la gara ed alla misura in cui la gara stessa viene “sentita”. L’attesa della competizione è sempre vissuta in un tipico stato di tensione emotiva che può ben definirsi una forma attenuata d’ansia.

La sindrome pre-agonistica scatta quando questo grado di tensione supera certi livelli medi. Si tratta perciò di un disturbo quantitativo, per tale ragione la sindrome si può inquadrare come una forma di reazione psicogena ansiosa. La sintomatologia dell’ansia pre-agonistica si evidenzia su due versanti, cioè sia con disturbi psichici, sia con disturbi somatici.

 

Sindrome del campione

La sindrome del campione consiste in una alterazione significativa dell’identità personale dell’atleta, più o meno frequente in atleti di alto livello, specie nella fase terminale della loro carriera. Due elementi personologici sono evidenti nell’atleta che presenta la sindrome del campione, uno costitutivo e l’altro acquisito.

  • Una forte carica agonistica (senza la quale l’atleta non avrebbe mai potuto sfruttare le naturali disposizioni fisiche e diventare un campione). Per emergere nello sport l’atleta deve disporre di un modo particolare di gestire la sua normale aggressività: uno stile di vita improntato all’azione, fiducia nei propri mezzi sempre superiore alla valutazione delle difficoltà e dei rischi, disponibilità ad accettare ogni sfida ed ogni confronto. Questa carica agonistica è presente in origine, in tutti i giovani atleti, ma subisce un processo di ridimensionamento nel corso delle varie esperienze. Essa cioè si riduce, nei più, quando la presa di coscienza dei propri limiti suggerisce diverse modalità di comportamento, mentre si esalta negli sportivi atleticamente più dotati.
  • Una tensione emotiva definibile come ansia esistenziale. Il campione giunto ad un alto livello di efficienza atletica e di prestigio sociale non ha più nulla della semplicità di intenti con cui, da più giovane, cominciò a praticare sport. Le sue motivazioni hanno subito un profondo mutamento: al gioco ed all’agonismo, più o meno fini a se stessi, si sono sostituiti il lavoro, il dovere, la grinta professionale, la responsabilità, il piacere del guadagno e della notorietà, la coscienza del rischio costante di perdere il ruolo e la stima, la consapevolezza della brevità della carriera (con la conseguente frenesia di collezionare in fretta e comunque quanti più vantaggi e successi possibile).

 

La situazione sportiva, così, da ludica e ricreativa, è diventata impegnativa ed ansiogena. Insieme con la gloria, il campione incontra vari fattori traumatizzanti:

  • Disadattamento per un benessere e un prestigio troppo rapidamente raggiunti, per una responsabilità il cui peso lo trova ancora immaturo, per un cambiamento eccessivamente brusco di abitudini e di ambiente;
  • Isolamento affettivo per la limitazione della sua libertà d’azione e per l’allontanamento dal vecchio mondo di amici e di familiari;
  • Disorientamento per il contrasto spesso acuto tra l’ipervalutazione dei tifosi, che lo idolatrano come un semi-dio, e l’atteggiamento dei dirigenti, che al contrario non assumono atteggiamenti di riconoscimento di ruolo.
  • Insicurezza per le oscillazioni continue dell’autostima e dell’eterostima in rapporto ai risultati atletici.

La sintomatologia della sindrome da campione è costituita da comportamenti riferibili ai seguenti fattori:

  • Eccessi di aggressività: l’ipertrofia della propria identità di ruolo, generata dal conseguente divismo, determina disistima e disprezzo per gli altri. Ogni evento negativo viene interpretato in termini di sfortuna o di persecuzione e malizia altrui. Ogni ulteriore successo è vissuto invece con atteggiamenti istrionici ed eccessivamente euforici. Tutto ciò comporta atteggiamenti sempre più rivendicativi e di sfida.
  • Eccessi d’ansia: il bisogno di conservare ad ogni costo il ruolo di prestigio impone al campione la ricerca di giustificazioni ogni volta che una prestazione insufficiente rischia di mettere in dubbio il suo valore, per lui indiscusso e indiscutibile. Poiché ogni gara riproduce una situazione da esame sempre temuta, il campione si concede varie fughe e distrazioni dagli allenamenti, assumendo un comportamento evitante. L’insicurezza richiede delle misure di difesa, che lo portano alla costante ricerca di figure guida, di affetto e protezione.
  • Eccessi di compensi: il fenomeno più evidente è il doping, il quale è il mezzo apparentemente più semplice per sostituire (o per illudersi di sostituire) un’energia ridotta e non più sicura con strumenti farmacologici illeciti che agiscono più sull’autostima che sull’efficienza atletica.
Pubblicato in Psicologia dello sport

 

Gli aspetti psicologici disfunzionali dell'esperienza sportiva comprendono i sentimenti di inferiorità o di superiorità rispetto al compito atletico, le esperienze umilianti, l’ostacolo a realizzare le proprie aspirazioni, i contrasti con l’ambiente sportivo.

 

Il sentimento di inferiorità

Il sentimento di inferiorità è un senso pensoso di soggezione che l’individuo può provare quando viene posto di fronte ad un compito nuovo, per elementi del tutto accidentali o per situazioni emotive maturate in precedenza. L’atleta, cioè, può provare la sensazione di essere impari al compito assegnatogli, quale potrebbe essere la sostituzione di un campione assai affermato, l’inclusione in una rappresentativa nazionale, l’incarico di svolgere mansioni di capitano o di “regista” di una squadra, il confronto con un avversario ritenuto particolarmente ostico e tenace.

In rapporto alla maggiore o minore intensità di questa sensazione, alla varia efficacia delle proprie tentate soluzioni e alla volontà di mettere in opera mezzi adeguati alle circostanze, anche in persone apparentemente equilibrate e sicure può risultare o uno stato di disagio più o meno intenso, oppure un tentativo di disconoscimento o minimizzazione dell’elemento perturbatore.

Una frequente modalità di tale “rimozione” è la fuga dalle proprie responsabilità, fuga realizzabile in vario modo come ad esempio farsi escludere da un concorso ippico presentandosi in ritardo, oppure non poter gareggiare ad un campionato di boxe perché non si è tenuto sotto controllo il proprio peso e quindi restare esclusi dalla propria categoria.

Sono molti gli atleti che hanno il cosiddetto complesso della maglia azzurra, per cui in nazionale il loro rendimento è molto al di sotto di quello standard.

 

Il sentimento di superiorità

Il sentimento di superiorità è una condizione opposta alla precedente. In questo caso l’atleta si sente di gran lunga “superiore” al compito affidatogli dalle circostanze o da dirette delibere dei tecnici e dirigenti. E’ il caso dell’atleta che “non si spreca” ad impegnarsi di fronte ad avversari ritenuti “inferiori”. Gli esempi non mancano. Nelle cronache sportive le “sorprese ricorrono con grande frequenza: sorprese motivate non solo dall’imprevedibile exploit dell’outsider ma anche, e più spesso, dal prevedibile sottorendimento di un campione o di intere squadre blasonate, che finiscono col cedere ad avversari affrontati con troppa confidenza e con errata noncuranza. Su un piano individuale il sentimento di superiorità può ancora determinare un preoccupante calo di forma in atleti che circostanze varie hanno portato a gareggiare in categorie inferiori. Questo sentimento può suscitare due tipi di reazione: o sconforto ed avvilimento, oppure distacco affettivo dall’attività atletica, che può tradursi in distrazioni ed anche in incidenti traumatici.

 

Le esperienze umilianti

Le esperienze umilianti, vissute occasionalmente o con una certa continuità, rappresentano un fattore psicologico problematico di non indifferente rilievo, poiché possono generare due pericolose reazioni:

  • senso di inferiorità: l’atleta è insensibilmente condotto a sottovalutare le proprie capacità tecniche e a sentirsi quindi a disagio per il semplice dubbio di non saper assolvere un determinato compito atletico. In tal caso è pressoché inevitabile che a questo punto insorga uno stato d’ansia che innervosisce la persona, rendendo insoddisfacente ed inferiore il suo rendimento sportivo, il che aggrava lo stato d’ansia in quanto conferma obiettivamente il senso di inferiorità
  • senso di ostilità: l’atleta può sperimentare un senso di ostilità verso una persona o un gruppo di persone accusate di aver provocato un’esperienza umiliante. L’impossibilità di manifestare chiaramente il dissenso può generare uno stato più o meno costante di irritazione, insoddisfazione ed insofferenza che non può non nuocere all’effettivo rendimento atletico.

 

L’ostacolo a realizzare aspirazioni

L’ostacolo a realizzare aspirazioni ritenute giuste e proporzionate alle proprie capacità può costituire la fonte di vai disturbi emotivi. L’ostacolo può essere, in linea teorica, ritenuto giusto o ingiusto: una malattia, o un trasferimento forzato che interrompono un periodo di forma, un allenatore che non ha in simpatia l’atleta o che gliene preferisce un altro per un qualsiasi motivo, una guida tecnica che impone schemi tattici cui l’atleta è costretto ad adattarsi pur essendo egli o ella tagliato per un diverso modulo di gioco o strategia di confronto, circostanze fortuite che impediscono banalmente di sfruttare occasioni d’oro, interessi di squadra o di società che trascurano gli interessi personali dell’atleta, in campo professionistico una retribuzione inferiore a quella meritata o invano richiesta, ecc. Giusto o sbagliato che sia, l’ostacolo viene vissuto dall’atleta come incomprensibile o inaccettabile. La persona sperimenta così la sensazione di subire un’ingiustizia e di conseguenza sviluppa più o meno aperti segni di ostilità, oppure esagera nocivamente, sia intensificando negli allenamenti la preparazione atletica, col rischio di creare uno stato patologico di affaticamento o di superallenamento, sia gettandosi nella gara con impeto che, oltre ad essere improduttivo (lo strafare non è mai vantaggioso), non di rado procura incidenti di gioco a sé e agli altri. Così facendo, l’atleta può realmente presentare un calo nel rendimento, che, a sua volta, sarà vissuto come prova dell’effettiva impossibilità di superare l’ostacolo. L’impressione di non riuscire più a realizzare i propri desideri accascerà l’atleta. La persona, infatti, si sentirà peggio di quanto in realtà non corrisponda al suo vero stato psicofisico, perché in lui o in lei si è sviluppata una sensazione di insufficienza dapprima chiaramente avvertita, ma successivamente agente in modo del tutto inconsapevole attraverso il sintomo dell’ansia.

 

Aspetti psicologici disfunzionali “minori”

Aspetti psicologici disfunzionali in modo minore possono essere considerati:

  • le relazioni problematiche con i compagni di società;
  • gli effetti di elogi immeritati ai colleghi;
  • lo scarso apprezzamento di sacrifici compiuti per meglio allenarsi o di manifestazioni altruistiche in gara o di iniziative prese per giovare alla squadra;
  • i frequenti cambiamenti di ruolo (molte squadre si giovano di giocatori cosiddetti Jolly, i quali però non sovente gradiscono d’essere utilizzati in ruoli diversi, in quanto da ciò risulta “valorizzato” solo l’aspetto negativo d’essere la riserva di tutti);
  • Le responsabilità mal definite, o mal condivise, o assegnate senza un adeguato conferimento di autorità;
  • Le eccessive richieste e pretese da parte dei dirigenti, dei tecnici e del pubblico.
Pubblicato in Psicologia dello sport
Domenica, 20 Maggio 2012 17:30

Le problematiche psicologiche dell'atleta

 

Manifestazioni psicologiche disfunzionali in un atleta possono manifestarsi per due ordini di fattori:

  • fattori emotivi strettamente legati alla specifica situazione sportiva, in cui le problematiche psicologiche sono cioè da riferirsi esclusivamente ad eventi inerenti alla pratica agonistica o alla carriera atletica
  • fattori insiti nella personale configurazione identitaria, dove le problematiche psicologiche sono evidenziate dalla situazione sportiva così come potrebbero esserlo da ogni altra situazione densa di contenuto emotivo nell’ambito della vita sociale, familiare e lavorativa.

In entrambi i casi la carica emotiva connessa all’attività sportiva (dilettantistica o professionale), intesa come “situazione vissuta con notevole risonanza affettiva”, gioca sempre un ruolo importante, sia che generi le problematiche psicologiche specifiche come fattore causale unico o prevalente, sia che contribuisca a definirle come cofattore scatenante, evidenziando o aggravando preesistenti disturbi psicologici più o meno latenti e compensati.

 

 

 

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