Marco Inghilleri

(psicologo - psicoterapeuta)

Intervento presentato al seminario di Psicologia Giuridica del 14-06-2008

  

Con la giornata di oggi, siamo arrivati all’ultimo tema che queste riflessioni in psicologia giuridica hanno proposto alla comunità sia scientifica e professionale che non specialistica, di cui facciamo parte. L’aspetto che più mi ha sorpreso nel leggere le schede di valutazione dell’evento è stato il fatto che da parte degli psicologi presenti (contrariamente ad altre professioni come quelle dei medici e degli avvocati) l’aspettativa e la richiesta più sentita fosse quella di delineare maggiormente i termini pratici ed operativi che è possibile incontrare in ambito peritale.

Una simile esigenza esulava ed esula un po’ dalle intenzioni che hanno motivato l’organizzazione di questi seminari, che appunto non sono un master di formazione. Il nostro obiettivo principale era quello di mettere in dialogo discipline, come la psicologia, il diritto e la sociologia, le cui competenze spesso si intersecano rispetto a fenomeni di nuova rilevanza sociale su cui l’esperto (psicologo, giurista, sociologo) è chiamato a confrontarsi nel proprio ambito disciplinare, come ad esempio la multiculturalità, la costruzione sociale dei mostri, le nuove famiglie, la transessualità.

“Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”, sembra che rispetto a questa frase di Lewin, psicologo gestaltista, la mia comunità professionale dimostri poco consenso. Tale fatto è davvero molto singolare, in quanto la psicologia detto in termini molto provocatori è una scienza senza oggetto, o meglio, ciò di cui la psicologia in ogni suo ambito applicativo si occupa studia e valuta, è proprio ritagliato dal modello teorico che lo psicologo utilizza nell’organizzare le proprie prassi di intervento clinico o conoscitive. Ma non solo l’occhio dello psicologo è carico di teoria, lo sono anche i suoi strumenti: ogni reattivo o test è stato costruito proprio dalla teoria a cui fa riferimento. In sostanza non c’è una mente se non c’è una teoria che la definisce e la descrive e ne prescrive le modalità attraverso le quali è possibile indagarla e conoscerla.

Non tenere in considerazione questo aspetto, appiattendo le proprie competenze unicamente su di un fare operazionistico, inevitabilmente genera cattive prassi, che spesso si traducono in segnalazioni alla commissione deontologica dell’Ordine degli psicologi, o peggio diventano sfiducia rispetto alle nostre competenze, o peggio ancora assumono la forma delle barzellette come quelle sui carabinieri.

Se la mente è ciò che una teoria mette in luce, diventa quindi doverosa la riflessione epistemologica in quanto parte imprescindibile del proprio bagaglio di tecniche, di competenze e di formazione, senza la quale inevitabilmente si rischia di colludere con un mandato sociale esclusivamente normativo e correzionale.

Il tema della transessualità, come argomento, implica molto di più che confrontarsi con una delle molteplici possibilità con cui l’umano si manifesta. E’ un argomento che ci pone nella condizione di domandarci da quale punto di vista sia più opportuno configurare i fatti umani, cioè se essi siano ascrivibili all’oggettività supposta delle scienze della natura o alla soggettività dei significati delle scienze sociali.

A ben guardare, l’azione umana è, infatti, dotata di un significato in un senso in cui gli eventi della natura non lo sono. Le regolarità o le irregolarità che si possono riscontrare nella condotta umana non possono essere considerate come derivate da leggi e quindi spiegate negli stessi termini di quelle che ricorrono nel mondo della natura. Tali regolarità o irregolarità sono un prodotto di mediazione di quadri di significato il cui accordo è stabilito da regole. Proprio il fatto che le persone possano modificare e produrre le regole e quindi ridefinire il contesto normativo, spiega la difficoltà delle scienze psicologiche nel riuscire a prevedere il comportamento degli individui.

Le regole del comportamento, infatti, non hanno lo status di leggi naturali, perché possono essere sfidate, ignorate o cambiate. L’infrazione normativa, nel mondo umano, può esprimere non tanto un’anomalia comportamentale, quanto l’adesione ad un altro ordine di regole. Questo perché il mondo sociale si differenzia da quello della natura essenzialmente in virtù del suo carattere etico, cioè normativo.

Affermare ciò, significa mettere in evidenza una differenziazione radicale, in quanto gli imperativi etici non rappresentano alcuna analogia con quelli della natura e sono una tipica produzione umana che regola le interazioni tra persone.

La confusione tra norme prescrittive e norme costitutive ha portato, per esempio, ad attribuire una competenza diagnostica e peritale nel campo dei comportamenti devianti in generale, e nella transessualità in particolare, alla psichiatria e alla medicina legale nella veste di discipline bio-mediche.

Questo è un malinteso assai grossolano da un punto di vista metateorico se si considera che l’atto deviante, che la transessualità porta con sé almeno come stigma, è sempre aprioristicamente un’infrazione a norme prescrittive, cioè storiche, dettate da certi interessi e culturalmente relative. Ogni azione deviante non deriva dalla natura anomala dell’individuo, ma è soprattutto una valutazione di una condotta che a partire da questa, viene attribuita alla persona come caratteristica stabile.

L’improprio coinvolgimento del sapere dei tecnici delle discipline bio-mediche rispetto alle condotte devianti, il fatto di considerarli depositari di conoscenze specifiche e su misura, ha finito per riflettersi sulla natura dell’oggetto. In altri termini, giudicare se un atto sia o meno deviante dipende in parte dall’atto (cioè se infrange o meno qualche regola) e in parte dal trattamento che gli viene riservato dal pubblico, cioè da chi quando e dove esso venga valutato.

In tal modo, nell’attimo stesso in cui la persona transessuale viene definita “malata” e i suoi atti vengono designati come sintomi, quello che viene ad essere consolidato in maniera rassicurante è lo spessore del quotidiano della “normalità” che è stata infranta. Difatti se la persona transessuale è deviante perché “anormale” rispetto ad un presunto ordine naturale, ne consegue che la norma-moralità non appartiene ai decreti umani, ma a quelli della natura. Così facendo, si consente di dedurre un processo di legittimazione della norma esistente, delegandone l’interpretazione ad una disciplina bio-medica.

Affrontare le problematiche che caratterizzano i vissuti e le esistenze delle persone transessuali, costituisce allora un duro banco di prova non solo per “l’arredo teorico” utilizzato nella spiegazione e nella comprensione della transessualità, ma anche e soprattutto per le implicazioni implicite ed esplicite insite nel mandato istituzionale con cui lo psicologo è chiamato a confrontarsi.

L’ampia fenomenologia che ruota attorno al tema della transessualità, conduce inevitabilmente ad una riflessione critica sui fondamenti della realtà sociale, sottolineando l’aspetto contrattuale della “normalità” o il suo ruolo ideologico, evidenziandone quindi la storicità e la relatività politico-culturale degli universi normativi.

La ricerca nell’ambito della transessualità trascina con sé la problematizzazione teorica di quelle discipline che studiano l’uomo come attore sociale, mostrando come e perché la psichiatria - ma anche la psicologia clinica – abbia contribuito molte volte a costruire quanto diceva di voler spiegare e correggere.

La riflessione sui meccanismi di riproduzione sociale di cui la transessualità è un aspetto e un prodotto, lo studio psicologico delle categorie di senso comune, la ricerca sui processi di attribuzione d’identità e di etichettamento, finiscono per svelare le influenze ideologiche, le inconsistenze scientifiche di certi giudizi biomedici, le banalità clinico-diagnostiche, le impostazioni correttive di cui il diverso – come abitante generale della quotidianità – è la vittima designata.

Questo dal momento che tutti in larga maggioranza sono portatori di una qualche diversità, che può essere o meno contrassegnata come devianza. Diversità utilizzata come giustificazione per nascondere le disuguaglianze a cui ogni atto non conforme agli aspetti normativi di una certa società può confinare.

L’organizzazione quotidiana della vita sociale impone ruoli, rappresentazioni di sé, procedure d’azione, rituali pubblici e privati soggetti a cambiare a seconda dei contesti, delle attese, delle attribuzioni incrociate e delle complementarietà interattive. Una smagliatura qualsiasi in questa rete di regole non scritte costringe l’individuo a trovarsi in una condizione di incongruenza e a minacciare con il suo agire i significati che gli altri attori sociali attribuiscono alla situazione.

Che cosa accade, quindi, se qualcuno non accetta il suo ruolo di genere ed evade, infrangendolo, il gioco delle attese sociali collegate?

Si pensi ad esempio ad una donna, magari sposata e madre di famiglia, che in seguito ad una crisi personale, intende intraprendere un percorso di transizione. Un comportamento che viene a ridefinirsi secondo una nuova strategia non può che mettere in crisi le regole istituzionali esistenti, di cui ciascuno di noi è un portatore più o meno consapevole. In questo esempio, la solidarietà familiare, i giochi di faccia e di facciata, vengono ad essere infranti, i taciti e reciproci accordi spezzati, ognuno si sente minacciato in quelle categorie normative di cui è produttore e consumatore.

Una persona che rifiuta uno dei suoi ruoli assegnati ed interpretati, e che quindi non assolve più il sistema di attese incrociate di cui è un perno, mette in crisi l’intero sistema delle reciproche attribuzioni d’identità su cui si regge la realtà. Se l’altro si nega, il mio e il suo sé svaniscono, o almeno rischiano di farlo. Ne discende l’esigenza di ridefinire la situazione e la mia posizione rispetto al suo agire, cercando nello spazio normativo disponibile una possibilità di reintegrare il disordine in un ordine e di ricollocare in un ruolo colui che rifiuta un certo tipo di identità.

Non si tiene mai abbastanza in considerazione il fatto che le scienze sociali e la psicologia sono parte della realtà che cercano di descrivere. Da ciò la loro difficoltà nel trascendere quelle stesse regole che prescrivono le forme ed i tipi della descrizione stessa.

Inoltre, i resoconti che esse ci forniscono propongono un uomo sociale e psicologico la cui ricostruzione scientifica risulta totalmente estranea all’uomo della realtà quotidiana ed ai suoi problemi. Ricostruzione che finisce da un lato per rimanere prigioniera di una data definizione della realtà non valutata nei suoi apriori costitutivi, dall’altra per non spiegare la realtà con le stesse categorie che l’uomo sociale sperimenta nel quotidiano.

Proprio per queste ragioni, più che porre attenzione alla rilevanza di ciò che accade dentro le persone, nella loro interiorità, dovrebbe essere la realtà di senso comune ad interessare l’occhio dell’esperto.

La realtà del senso comune è data per ovvia, per scontata e mai tenuta in debito conto, proprio per la sua presunta banalità.

Ma proprio da tale scontata evidenza vengono continuamente secrete quelle regole fondamentali dell’interazione attraverso cui la realtà convenuta e negoziata, in quanto prodotto sociale, diviene un mondo di fatti, di significati, d’esperienze socialmente e consensualmente agite.

E’ nella nostra vita quotidiana e nel corso delle interazioni che in essa avvengono, che costruiamo insieme agli altri la stabilità e la convenzionalità della realtà del nostro mondo.

Quindi lo studio dei comportamenti, o meglio delle “transizioni”, normali e devianti, proprio per la loro particolarità nel governare o provocare le regole dell’interazione sociale, diventa un settore particolarmente produttivo per ricostruire attraverso i resoconti e le ragioni addotte dalle persone, i modi attraverso cui viene ad essere prodotta la quotidianità sociale. E’ attraverso lo studio delle regole che governano, a diversi livelli di costruzione di realtà, le molteplici situazioni della vita quotidiana che è possibile trovare nell’individuo diverso, un protagonista quanto mai consapevole e rappresentativo della complessità dell’interazione sociale, con le sue regole, costruzioni normative, aspettative reciproche, enunciazioni di significati, processi di definizione, piani d’azione, ecc…

Stando a quanto affermato, allora il tema della transessualità diviene solo un espediente narrativo teso a definire un orizzonte ben più ampio. Assume la funzione di costituirsi come fulcro su cui innestare la leva di una serie di considerazioni sulla psicologia, il diritto, le scienze sociali, in grado di contribuire al processo di cambiamento dei linguaggi, delle teorie, e degli strumenti concettuali attraverso cui sono state configurate le proprie strategie conoscitive e di intervento. Permette di raccontare e comprendere come siano mutati i processi di costruzione identitaria nelle società attuali rispetto alle società moderne o tradizionali, mostrando con chiarezza come l’identità personale sia divenuto un costrutto polisemico. Pone in luce come le nostre categorie scientifiche abbiano l’età dei nostri stessi pregiudizi e come esse siano intrise di quel senso comune, che oltre a costruire e legittimare la società per i suoi membri, produce e mantiene anche quella data società nei suoi fondamenti consensuali.

Pubblicato in Sessuologia
Domenica, 29 Maggio 2011 23:00

Il processo di mediazione

Marco Inghilleri

(psicologo - psicoterapeuta)

  

Il concetto di mediazione si presenta come un fenomeno troppo eterogeneo per poter essere racchiuso in una definizione univoca. Infatti la mediazione, come processo di gestione del conflitto, si riferisce ad ambiti sociali diversi ed è caratterizzata da una molteplicità di oggetti, finalità e tecniche operative. Volendo tuttavia tentare di circoscrivere sotto un’ unica etichetta le svariate realtà di mediazione, possiamo considerarla come un processo, il più delle volte formale, con il quale un terzo neutrale tenta, mediante scambi fra le parti, di permettere a queste ultime di confrontare i loro punti di vista e cercare, con il suo aiuto, una soluzione al conflitto che le oppone. Scopo della mediazione non è una sorta di duplicazione dell’azione giurisdizionale, bensì quello di restituire ai soggetti protagonisti del conflitto il potere e la responsabilità di autodeterminarsi, stabilendo nuove modalità di relazione che favoriscano la ripresa del momento comunicativo fra le parti. Questa procedura, quindi non si pone come alternativa alla giustizia, ne vuole sopperire alle carenze del sistema giudiziario.Essa propone una via, differente dalle altre più conosciute o praticate, di soluzione dei conflitti. Il mediatore assiste le parti in conflitto guidando la loro negoziazione e orientandole verso la ricerca di accordi reciprocamente soddisfacenti.  La mediazione, ristabilendo la comunicazione tra le parti in conflitto, ha comunque come scopo quello di promuovere un cambiamento positivo: il raggiungimento di un obiettivo comune, concreto e soprattutto condiviso.

 N.B. Il percorso mediativo è utile, dunque, non solo a contenere la conflittualità, ma anche per offrire alle parti un’opportunità di natura psico-pedagogica per determinare nuove e più chiare modalità di gestione della relazione.

 N.B. Il mediatore è colui che guida i confliggenti sollecitando la comunicazione e accompagnando le parti verso la condivisione di un progetto che consenta alle persone di trovare le basi per un accordo durevole.

Nell’ambito degli attuali interventi di mediazione possiamo distinguere:

  • Mediazione sociale: finalizzata a costituire relazioni sociali in contesti dove maggiormente è percepito il declino del concetto di comunità e dei suoi strumenti di regolazione onde gestire situazioni conflittuali e ricostruire valori comuni e punti di riferimento condivisi all’interno della comunità stessa.
  • Mediazione scolastica: volta ad insegnare agli studenti come gestire i conflitti e le dispute all’interno della scuola, nella convinzione che essi siano parte inevitabile del vivere sociale e delle relazioni fra individui e che la ricerca di strumenti risolutivi delle situazioni di crisi possa considerarsi importante momento di apprendimento al pari delle altre materie di insegnamento
  • Mediazione culturale e linguistica: tesa ad intervenire in presenza di conflitti tra persone di etnie o culture diverse, spesso originati dalla scarsa conoscenza dei reciproci usi e costumi.
  • Mediazione nei luoghi di lavoro: è finalizzata a gestire i conflitti che possono sorgere all’interno dei luoghi di lavoro e ricercarne una possibile composizione. Possono rientrare pertanto nella competenza del mediatore aziendale, ad esempio, i conflitti interpersonali dovuti ad episodi di mobbing, le difficoltà di convivenza dovute a diversità etniche, linguistiche o religiose: ovvero tutti quei problemi che rendono problematica, se non impossibile, la tranquilla e proficua collaborazione, senza per questo arrivare a costituire materia di competenza sindacale o giudiziaria.
  • Mediazione penitenziaria: mira a ridurre la conflittualità fra la popolazione carceraria e fra questa e la polizia penitenziaria cercando al contempo di sviluppare interazioni significative caratterizzate dal dialogo fra i membri dei due gruppi.
  • Mediazione familiare o genitoriale: è quella procedura che, in materia di divorzio o di separazione, prevede la presenza di un terzo, il mediatore, imparziale e qualificato, che interviene su richiesta delle parti o del giudice o degli avvocati, per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione o dal divorzio, nel rispetto del quadro legale. Il ruolo del mediatore è quello di portare i membri della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e mutualmente accettabile, tenendo conto dei bisogni di ciascuno dei componenti della famiglia e in particolare di quelli dei figli, in uno spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei ruoli parentali. La mediazione familiare o genitoriale si distingue dalle diverse forme di terapia siano esse di coppia o familiare che sono finalizzate generalmente a mantenere e a preservare la relazione matrimoniale o di coppia. La mediazione familiare ha  come obiettivo principale quello di aiutare i coniugi a risolvere questioni pratiche ed urgenti: la custodia dei figli, le visite, il mantenimento ecc.. Si tratta di un intervento di tipo situazionale.

Il conflitto

 

 Alle origini di ogni mediazione vi è dunque un conflitto, una contesa, una contrapposizione. Tradizionalmente si tende a considerare il conflitto in generale come manifestazione di disfunzioni all’interno di una struttura, come evento da reprimere o da prevenire mediante efficaci interventi di carattere normativo. Tuttavia l’esistenza di conflitti è intrinseca a qualsiasi struttura vivente: il conflitto fa parte della normale esperienza della vita.

N.B. Il conflitto è la normalità e, in se stesso, non è né un bene né un male.

Esso può avere effetti di crescita vitale come può risultare invece distruttivo ogni qual volta che dinamiche parziali, fuori controllo, diano luogo ad esiti di dissoluzione della struttura globale entro cui il conflitto si è verificato. Questo è il caso, ad es., in cui la violenza del contrasto riguardo a un problema di comune interesse induce a pensare che i desideri e le tendenze di ciascuno escludano le possibilità di successo dei desideri e delle tendenze altrui, mentre al tempo stesso le parti coinvolte non sono disposte a transigere sui temi in questione e che direttamente le riguardano. La contrapposizione di interessi può rivelarsi tanto radicale da convincerci spesso che al termine di un conflitto debbano esservi a tutti i costi un vinto e un vincitore.

N.B. Occorre modificare questa interpretazione del conflitto tesa a attribuire ad esso il significato della competizione, o della disputa ove vige il mors tua vita mea. Il conflitto infatti è parte costitutiva di ciò che nel corso del tempo muta e cambia, cioè è parte integrante di un processo dinamico, il cui esito può parimenti assumere una fisionomia distruttiva o creatrice a seconda di come viene gestito e condotto tale processo di mutazione delle interazioni e delle relazioni di un “sistema complesso”, sia esso un singolo organismo, una coppia, un gruppo o un ambiente sociale.

Chi si occupa di mediazione è o dovrebbe essere un tecnico della gestione del mutamento, secondo le linee evolutive proprie del mutamento stesso. Cioè, se da una parte non devono esistere sistemi di controllo che prescrivono in anticipo i comportamenti da adottare, allo stesso tempo le parti coinvolte in un conflitto devono disporre di un equilibrio di poteri e devono avere anche qualche “interesse” a mantenere integri almeno alcuni aspetti dell’organizzazione preesistente.

Nel caso degli esseri umani, sembra proprio che vivere significhi essere in conflitto. Si ha conflitto nei luoghi di lavoro, nelle aule dei tribunali, fra partiti politici, classi sociali. Si ha conflitto fra aziende e fra strutture o sistemi appartenenti alla stessa azienda. Oppure tra le diverse esigenze che una comunità manifesta nell’espressione dei propri bisogni sociali. Conflitti nascono poi costantemente anche entro noi stessi.

La tendenza a funzionare in maniera unitaria è considerata una delle garanzie per la nostra stessa sopravvivenza, non deve quindi sorprendere che ogni conflitto appaia spontaneamente al nostro amore di quieto vivere come indicazione di qualcosa che non va se non addirittura di qualcosa di malato.

E’ proprio quest’ottica pseudo-terapeutica che ci spinge a cercare medicine appropriate per sopprimere il conflitto, favorendo una cultura repressiva e implementando paradossalmente la stessa natura del conflitto, che si cerca di eliminare con efficaci rimedi. Ma in molti casi la soppressione del conflitto, inteso come sintomo, seppur eseguita con successo, non ci garantisce affatto che non nasca un altro conflitto subito poco dopo, con fisionomie diverse ma di eguali intensità e contenuti.

Ogni conflitto è un prezioso segnale di qualcosa che sta accadendo: sopprimerlo significa privarsi di informazioni preziose per eventualmente risolvere un disagio anche profondo.

N.B. accostarsi ai conflitti con ottica terapeutica non conduce molto lontano: si finisce con il soffocare il conflitto stesso, piuttosto che elaborarlo in maniera costruttiva. E sono proprio i conflitti soffocati, non gestiti, o gestiti male, che diventeranno con ogni probabilità problemi gravi, tali da condurre a conseguenze nocive sia sul piano personale che su quello sociale.

Per trasformare il conflitto in qualcosa di utile, è piuttosto necessario gestirlo in maniera opportuna: prendersene cura senza volerlo curare.

 

Intendere il conflitto nella sua funzionalità trasformativa implica coglierlo come segnale di ricchezza, diversificazione, come un’occasione offerta per ridefinire la situazione e cercare stimoli di crescita in direzioni nuove, un’opportunità di intervento sulla dinamica delle strutture.

Diventa quindi importante non metterlo a tacere, ma trattarlo in maniera oculata, attraverso un processo che abbandoni le concezioni lineari basate sul modello causa-effetto, sino a giungere a una visione globale delle sue dinamiche, nei suoi rapporti interni e nelle sue relazioni: non vi è mai una sola causa che produce un solo effetto per poi fermarsi. Ogni causa produce effetti molteplici, che a loro volta si ripercuotono sulla causa in maniera complessa ed articolata. Tutto questo senza poi scordare che in ogni conflitto vige una sorta di simmetricità tra le parti contendenti, ove ognuno ha buone ragioni di fare e di dire ciò che dice e fa.

Uno dei numerosi vizi del pensiero lineare (cioè non complesso) è quello di cercare una causa che renda conto di un certo stato di cose. Nel caso di due persone che litigano, alimenta infatti la consuetudine di attribuire la responsabilità del malessere generata dal loro conflitto a uno soltanto dei suoi membri, che, in quanto malato, deviante, con un caratteraccio o altro, deve venire curato opportunamente. E’ una visione basata sul rassicurante concetto secondo cui i problemi che possono sorgere tra due parti in conflitto possono venir risolti aggiustando la parte guasta.

Il mediatore deve abituarsi alla paradossale situazione di almeno due persone assolutamente normali che, se non altro al momento in cui le incontra, sono convinte di odiarsi e che recitano in tutta onestà la propria parte, imputandosi magari vicendevolmente di colpe e misfatti orrendi: che orrende sono solo all’interno del particolare vissuto individuale di una persona colta in un momento particolare della sua vita.

Lo stesso può dirsi per altre situazioni entro cui la mediazione viene applicata: nelle periferie degradate delle grandi metropoli è possibile che persone del tutto normali si trasformino in devianti o in teppisti. Così come l’adolescente finito in un percorso giudiziario infernale e kafkiano viva la sua esperienza come qualcosa di profondamente ingiusto, qualcosa su cui rimuginare vendette.

Ogni intervento di mediazione è un intervento di emergenza, in cui è necessario fornire un primo soccorso, costruendo ponti di barche, certamente provvisori, ma che consentano comunque di riattivare la comunicazione e di evitare guai peggiori, oltre a quelli che sono già avvenuti e di cui la mediazione può prendere solo atto.

La mediazione mira ad accrescere l’autonomia delle parti, affinché riescano a giungere a decisioni comuni senza dover ricorrere ad autorità esterne.

Cosa la Mediazione non è

  • Non è “soluzione” di conflitti. La mediazione non è un mezzo per risolvere o appianare i conflitti, per perpetuare situazioni lavorative insoddisfacenti, per costringere qualcuno ad accettare ragioni che non sente proprie, per mantenere e controllare certe condizioni sociali, per rimettere in piedi un esperienza matrimoniale fallita. Il punto non è quello di stabilire chi ha ragione o chi ha torto. La mediazione tende a mettere le parti in condizione di uscire da situazioni di stallo che le vedono bloccate o ad evitare o ridurre gli effetti di un conflitto distruttivo.

 

  • Non ha a che fare con i sistemi giudiziari. La natura medesima del processo legale, basato su una logica del tipo vinco io, perdi tu è ciò che lo rende incompatibile con le idee su cui poggia la mediazione. La mediazione richiede infatti di non decidere per gli altri: gli antagonisti devono trovare da essi stessi, per loro stessi la soluzione dei propri conflitti. Le parti in lite devono poter passare dalla condizione di soggetto agito e agitato dalle proprie reazioni emotive all’interno delle dinamiche del conflitto, a quella di soggetto agente, elaborando e proponendo esse stesse un progetto costruttivo di conciliazione. 

 

  • Non è un puro e semplice negoziato. Il negoziato in sostanza è un processo in cui due o più controparti, nessuna delle quali sia in grado di prevalere sull’altra, tentano di raggiungere un accordo che rappresenti una soluzione soddisfacente per tutti e che risolva le differenze di preferenza riguardo a un problema di comune interesse. La soluzione può essere ottenuta attraverso: 1) negoziazione diretta 2) negoziazione attraverso un messaggero 3) negoziazione attraverso rappresentatnti. E tutto ciò attraverso diversi stili: concessioni, minacce, collaborazione

 

  • Non è arbitrato L’arbitro decide, e le parti in conflitto delegano ad altri l’esercizio della propria decisionalità e vi abdicano volontariamente.

  

Il percorso della Mediazione

Il percorso di Mediazione si delinea attraverso delle fasi tipiche, il cui sviluppo può variare in base alle diverse esigenze espresse dalle parti in conflitto. Il processo di Mediazione appare infatti svilupparsi attraverso i seguenti passaggi chiave: la pre-mediazione il contratto di Mediazione la negoziazione ragionata  la redazione degli accordi

La pre-mediazione

La I fase è finalizzata a creare le condizioni emotive migliori affinché i confliggendi siano disponibili a negoziare. Questa fase di pre-mediazione, mette a tema la presa di decisione della risoluzione, da parte di entrambi i componenti, del conflitto in corso. E' utile allo scopo che entrambe le parti, con l'ausilio del mediatore, facciano un bilancio personale riconoscendo ed elaborando le motivazioni che hanno condotto al conflitto e le implicazioni emotivo-affettive  connesse alla disputa.

La Mediazione verrà proposta e illustrata quale risorsa utile per affrontare al meglio la difficile situazione attuale e prefigurare differenti prospettive di vita futura per tutti. In questa delicata fase, il Mediatore ha come obiettivo principale quello di superare le rigidità presenti tra i confliggendi, sostenendoli e dando loro fiducia

 

 Il contratto di mediazione

 Si accede poi alla II fase, in apertura della quale i confliggendi, con l'aiuto del mediatore, identificano e definiscono i temi che intendono discutere e riportare nel contratto di Mediazione, dopo la stesura del quale ha inizio la negoziazione. La sottoscrizione del contratto di Mediazione rappresenta un momento di riflessione e di impegno che i confliggedi assumono, reciprocamente e innanzi al mediatore, ad intraprendere un percorso, rispettandone le regole e condividendone gli obiettivi. Gli argomenti affrontati possono essere i più vari. 

 

La negoziazione ragionata

La III fase è la più lunga e costruttiva di tutto il percorso. La negoziazione ragionata utilizzata in Mediazione si distingue da quella classica che vede semplicemente i due antagonisti prendere una posizione divergente, discutere facendosi delle reciproche concessioni per giungere a dei compromessi che non sempre risultano vantaggiosi per entrambi poiché implicano delle rinunce.

La negoziazione in Mediazione, invece, facilita l'esplorazione dei bisogni reali delle parti in conflitto al di là delle rigide posizioni assunte, mantenendo una relazione soddisfacente che permette di gestire in autonomia probabili negoziazioni future. Per ogni tema di discussione, il mediatore stimola il singolo partner ad identificare oggettivamente il problema e a definirne la personale soluzione dopo averne evidenziato i punti di disaccordo o di accordo già raggiunti. Successivamente, vengono esplorati i bisogni e gli interessi specifici di ognuno dei confliggendi, sottostanti alle posizioni assunte.

Il mediatore, alla luce delle informazioni raccolte, stimola entrambe le parti ad elaborare innovative e personali soluzioni possibili atte a raggiungere l'obiettivo identificato nel rispetto dei bisogni emersi.

Ampliare il numero delle opzioni e delle alternative di scelta consente ai partner di valutare vantaggi e punti di debolezza di ciascuna soluzione proposta, facilitando così la presa di decisione che verosimilmente coinciderà con la soluzione che raggiunge l’obiettivo concordato, soddisfando al meglio i bisogni di entrambi.

La specificità di questo approccio non solo aiuta le parti in conflitto ad elaborare quanto emerge nel corso di ogni singolo incontro, ma le permette anche di sperimentare gli accordi via via raggiunti e prendere graduale coscienza che è possibile essere protagonisti della nuova situazione senza necessariamente subirla per volontà del partner, dell'avvocato o, nella peggiore delle ipotesi, del giudice.

Gli accordi

Al termine degli incontri, negoziati tutti i punti in conflitto, il mediatore stende gli accordi raggiunti in un progetto di intesa che consegna ad entrambi i partner, ognuno dei quali è libero di seguirne le indicazioni per riorganizzare in modo responsabile la propria vita o di formalizzarlo ai fini di una procedura legale.

Una delle principali finalità del mediatore familiare è infatti, oltre a favorire una nuova modalità relazionale e comunicativa al di là del conflitto, di redigere un documento che contenga i principi e le decisioni che i confliggendi hanno discusso nei singoli incontri nel rispetto dei peculiari interessi di ciascuno e sempre nell'ambito del quadro normativo vigente.

 

Pubblicato in Psicologia giuridica
Mercoledì, 11 Ottobre 2006 09:19

Consulenza e Sostegno psicologico

La Consulenza e il Sostegno psicologico sono percorsi finalizzati ad orientare, promuovere, sostenere e sviluppare le potenzialità della persona, aiutando a reperire strategie idonee alla risoluzione delle problematiche incontrate e stimolando le risorse personali. Risultano utili laddove non venga riscontrato un disturbo psicologico, quanto piuttosto una specifica difficoltà quotidiana (affrontare una situazione critica, prendere una decisione, trovare una soluzione funzionale ai problemi incontrati, migliorare una relazione coniugale, familiare, affettiva, professionale o amicale).

La consulenza e il sostegno psicologico sono interventi non terapeutici che si declinano in percorsi differenti a seconda degli ambiti in cui sono effettuati (quali ad esempio la Psicologia del Benessere, la Psicologia Scolastica, la Psicologia dello Sport, la Psicologia Giuridica, ecc..).

 

La consulenza psicologica

La Consulenza psicologica consiste in un intervento breve (generalmente di pochi colloqui)  che può rivolgersi a una singola persona, o alla coppia, o alla famiglia. In questo ambito, generalmente, vengono affrontati temi legati a difficoltà temporanee, a disturbi di lieve entità o a disagio nelle relazioni ed ha molto spesso un carattere essenzialmente informativo.

La consulenza può riguardare:

  • difficoltà individuali temporanee;
  • disagio di coppia e disturbi sessuali;
  • difficoltà di rapporto fra genitori e figli;
  • problematiche psicoeducative;

A seconda della problematica presentata e degli obiettivi psicologici concordati, l’intervento può configurarsi come:

  • Consulenza  psicologica  individuale
  • Consulenza psicologica di coppia
  • Consulenza psicologica familiare

 

Il Sostegno Psicologico

Il Sostegno Psicologico è un intervento non terapeutico rivolto a persone che vivono un momento di disagio o crisi personale, ma che non presentano sintomi rilevanti o comunque un quadro clinico tale da necessitare di intervento psicoterapeutico.
Può essere effettuato individualmente o in gruppo, quando più persone condividono le stesse difficoltà o un’identica situazione personale: include infatti percorsi di sostegno a momenti di cambiamento che non necessariamente implicano difficoltà.

A seconda della problematica presentata e degli obiettivi psicologici concordati, l’intervento può configurarsi come:

  • Sostegno psicologico individuale
  • Sostegno psicologico di coppia
  • Sostegno psicologico familiare
  • Sostegno psicologico di gruppo

 

 

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Pubblicato in Psicologia Clinica
Martedì, 10 Ottobre 2006 23:16

Lo Spazio di Consulenza psicologica

Lo Spazio di Consulenza psicologica è un luogo dove poter avere uno o più colloqui con uno psicoterapeuta esperto.

Non è sempre facile comunicare e chiedere aiuto per angosce, malesseri o sintomi che condizionano la nostra vita e a cui spesso non riusciamo a dare una spiegazione.

Questo porta a rassegnarci o a sottovalutare queste forme di disagio che condizionano pesantemente la nostra vita.

Spesso è sufficiente un colloquio con uno psicologo-psicoterapeuta esperto per capire se le difficoltà che si vivono contengono un significato più profondo che potrebbe essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Valutare la necessità o meno di intraprendere una psicoterapia, il tipo di psicoterapia più adatta e la scelta di uno psicologo-psicoterapeuta competente e qualificato richiedono una serie di informazioni non sempre facilmente reperibili.

Lo Spazio di Consultazione psicologica per adolescenti, adulti, coppie, genitori e bambini, anziani del Centro di Psicologia clinica InterattivaMente, mette a disposizione la possibilità di avere un colloquio con uno psicologo-psicoterapeuta che possa dare una risposta alle diverse esigenze e alle molte domande della persona.

Nel caso che dal colloquio emerga l’opportunità e il desiderio di intraprendere una psicoterapia, lo Spazio di Consultazione psicologica suggerisce un’indicazione per rivolgersi eventualmente a una struttura pubblica o il nominativo di uno psicologo-psicoterapeuta qualificato del Centro clinico, che si è impegnato ad applicare una tariffa coerente alle condizioni economiche della persona interessata

Per prendere appuntamento è possibile chiamare direttamente il Responsabile dell'area Consulenza Psicologica al seguente numero di cellulare 349.8632076. In alternativa, si può prendere contatto con il Centro scrivendo una mail al seguente indirizzo di posta elettronica : info@interattivamente.org

Se si ha invece la necessità di contattare direttamente i singoli professionisti del Centro clinico i loro recapiti telefonici e di posta elettronica sono i seguenti:

 

 

Marco Inghilleri 349.8632076 marco.inghilleri@ordinepsicologiveneto.it
Simona Luciani 349.1854751 psy.simonaluciani@gmail.com
Silvia Lelli 340.6404757 lellisilvia@hotmail.com
Nicole Lisi 366.3150576 lisinicole@libero.it
Natalia Savani 339.6156491 nataliasavani@libero.it
Belinda Ciulli 348.1274620 belinda.ciulli@gmail.com
Verena Gomiero 328.2678803 verenaelisa.gomiero@ordinepsicologiveneto.it
Saul Piffer 349.3203495 piffersaul@hotmail.com
Giuliana Pellizzari 349.6838081 giuliana.pellizzari@gmail.com

 

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