- Pensieri psicoterapeutici
- da interattivamente
- 5 Marzo 2020
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COVID 19 (coronavirus), Siria, emergenze umanitarie e ….
Vorrei condividere alcune riflessioni sui fatti che rendono difficile e complessa questa Nostra contemporaneità (genocidi, migrazioni, guerre, pandemie, alienazione, disumanità, disastri ecologici, cambiamenti climatici, ecc …), non migliore non peggiore delle epoche che l’hanno preceduta. Lo sento come imperativo etico, dal momento che svolgo una professione intellettuale e, con i miei limiti, cerco di essere uno studioso sufficientemente onesto, non facendo viziare il mio pensiero da assunti ideologici impliciti o definiti a-priori.
Amo profondamente le scienze a cui ho votato da molti anni la mia esistenza, le scienze psicologiche, e, soprattutto, mi stupisco ancora della meraviglia che mi evoca l’umano in ogni sua espressione e manifestazione: dalla più abbietta alla più sublime (Homo sum, humani nihil a me alienum puto). L’umanità mi incuriosisce e mi interessa talmente tanto, che, contrariamente a I. Kant (Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me), non ho mai alzato gli occhi al cielo, limitandomi a tenerli fissi sul punto di fuga della prospettiva disegnata dalle pupille dei miei interlocutori: gli esseri umani.
Come psicoterapeuta, sono abituato a collocare la mia attenzione sui processi di costruzione di realtà, invece che sui suoi contenuti (i fatti). Non mi interesso dei sintomi e dei segni che le persone patiscono. La mia attenzione si colloca, al contrario, sul significato e sul senso che quei sintomi o segni hanno per la donna o l’uomo che li soffrono. Questo, perché ritengo molto più importante l’aspetto, diciamo, soggettivo, individuale, personale, rispetto a quanto l’oggettività presunta della scienza definisce di un patimento, che è sempre qualcosa per qualcuno ed è sempre la migliore soluzione che quella persona è riuscita ad elaborare sulla base delle caratteristiche specifiche, uniche, del funzionamento del proprio sistema di senso. Sistema di senso che appunto gli conferisce quell’identità irripetibile, formata dalla sua mente e dal suo mondo interiore.
Le emergenze pandemiche, le psicosi collettive, l’analfabetismo funzionale, il dramma umanitario, la povertà crescente, l’esplosione demografica, i cambiamenti climatici, il consumismo illimitato, la paralisi economica, il capitalismo come modello economico unico e omologante, non sono altro che dei sintomi, di un processo di alienazione che è espressione diretta di una disumanizzazione collettiva, in cui è diventato sempre più difficile rintracciare quelle caratteristiche, quelle virtù (come le chiamava la filosofia classica) attraverso le quali è possibile nominare l’umano. Ed è da qui che, a mio avviso, ricomincia la Storia, perché non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo esistere in un mondo dove la vita è reificata o, peggio, resa merce di scambio (G. Debord:” il mondo dell’economia trasforma il mondo ma lo trasforma solo in mondo dell’economia”). E può essere solo una scelta collettiva che può dare un nuovo movimento alla Storia, contrariamente a quei pensatori che della Storia hanno decretato la fine.
Insomma, le emergenze pandemiche, le psicosi collettive, il dramma umanitario, la povertà crescente, l’esplosione demografica, i cambiamenti climatici, il consumismo illimitato, la paralisi economica, il capitalismo sfrenato, mettono oramai in evidenza che:
1) le ideologie del passato sono morte e non ci sono utili.
2) è un dovere, oramai di sopravvivenza della nostra specie, riprogettare l’umano e la convivenza dei popoli.
3) ognuno di noi ha un nemico feroce: il capitalismo e il suo sistema di potere/dominio
4) l’ecologismo è un modello politico che deve affermarsi e progettare un nuovo orizzonte politico.
5) sarebbe salutare e benefico mettere al bando gli autoritarismi di destra e di sinistra e i fascismi di destra e di sinistra.
Un pensiero mi ha molto colpito, quello di un sociologo, David Riesman , che meglio di me ha riassunto quanto cercavo di condividere con Voi oggi e che vi riporto:
“Il rifiorire della tradizione utopistica mi pare uno dei compiti intellettuali più rilevanti del giorno. Dato che noi viviamo in un’epoca di disillusioni, un tale pensiero, quando sia razionale negli scopi e nel metodo e non semplice evasione, non è facile; è più facile concentrarsi su programmi per scegliere fra il minore dei mali, anche se questi mali possono difficilmente distinguersi fra di loro. Perché vi è sempre un mercato del pensiero del meno peggio, che offre immediate alternative. Il bisogno di pensiero che ci propone grandi speranze e grandi programmi non è così evidente. Tuttavia, senza grandi piani è difficile, e spesso’ deludente, farne dei piccoli. Un simile pensiero utopistico richiede ciò che ho chiamato il ‘coraggio di subire una sconfitta’, e cioè la capacità di affrontare la disfatta senza sentirsi moralmente abbattuto.”
E concludo con un altro pensiero di un Autore a me caro. “[…] Ad un‘unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine”.

















