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Home › Blog › Il modello drammaturgico di Erving Goffman
  • Articoli di Psicologia clinica
  • da interattivamente
  • 21 Dicembre 2013
  • 0

Il modello drammaturgico di Erving Goffman

di Marco Inghilleri
(psicologo-psicoterapeuta- sessuologo)

Erving Goffman fu uno degli scienziati sociali più influenti che riconobbero la natura strategica, orientata allo scopo, della comunicazione interpersonale. Goffman utilizzò un metodo sociologico che consisteva nella descrizione e nell’analisi critica degli incontri quotidiani. Egli sviluppò una teoria dei processi dell’interazione sociale, il cosiddetto “modello drammaturgico”. L’idea di base sottostante alla teoria di Goffman è che il gioco dei ruoli in genere, e la metafora del teatro in particolare, forniscono l’approssimazione migliore a quello che le persone tentano di ottenere nelle loro interazioni quotidiane.

Noi tutti siamo impegnati, come gli attori professionisti, nell’impresa di tentare di impersonificare ruoli particolari, cercando di creare una percezione pubblica di noi stessi che sia in conformità ai nostri desideri. La preparazione delle nostre prestazioni ha luogo nel retroscena, allo stesso modo degli attori, selezioniamo i nostri “costumi” per il giorno con una cura non inferiore, e cerchiamo di convincere il nostro pubblico (amici, estranei o amanti) delle nostre prestazioni in modo tale che accettino le auto rappresentazioni che offriamo come se fossero reali.

La terminologia fornita dal teatro è appropriata anche per l’analisi delle interazioni quotidiane. Come nel caso del teatro, le nostre rappresentazioni possono avere successo oppure no. Le recite avvengono utilizzando come sfondi o palcoscenici dei copioni (script) selezionati. Scegliere una disposizione dei mobili tipo ufficio, o un arredo da salotto per il soggiorno sono attività simili all’arte scenica: cerchiamo di creare un palcoscenico per la nostra vita sociale che proietti e definisca un’opinione particolare di noi stessi. Utilizziamo anche una maschera o facciata per rivolgerci al pubblico. Goffman definì la facciata come il valore sociale positivo che una persona richiede efficacemente per se stessa. La facciata è un’immagine proiettata del Sé, definita nei termini degli attributi sociali approvati. L’abbigliamento, le maniere, l’accento e il vocabolario possono essere tutti parte di una facciata che presentiamo al mondo.
Non riuscire nelle nostre prestazioni, perdere la faccia non è solo fonte di imbarazzo, ma è anche una minaccia per le nostre capacità di effettuare previsioni e per l’ordine delle nostre relazioni sociali.

Quando le persone agiscono “al di fuori del ruolo”, non sappiamo più cosa aspettarci, come prevedere o affrontare la situazione. La tensione risultante conduce spesso a uno sforzo congiunto per nascondere, per aiutare a ristabilire il sistema di regole abituale e prevedibile. In seguito ad “incidenti” che hanno come conseguenza ‘imbarazzo e la perdita della facciata, la risata nervosa, lo scherzo debole o il silenzio penoso ci avvertono che l’ordine sociale è stato infranto. C’è abitualmente uno sforzo congiunto per ristabilire tale ordine, utilizzando tattiche come fingere che nulla sia accaduto.

Il gioco dei ruoli strategico, così come è descritto da Goffman, è una caratteristica onnipresente della vita sociale. Il processo che consiste nel sostenere reciprocamente una definizione della situazione nel corso dell’interazione faccia a faccia, è organizzato socialmente secondo regole di pertinenza o non pertinenza. E’ a queste fragili regole che dobbiamo il nostro incrollabile senso della realtà, non al carattere incrollabile del mondo esterno. Essere maldestri o disordinati, parlare o muoversi in modo sbagliato, significa essere un gigante pericoloso, un distruttore di mondi:

Goffman p. 90. [Tratto da Sartre J. P. (1943), l’Etre et le Néant, Paris]
Consideriamo questo cameriere. Ha il gesto vivace e pronunciato, un po’ troppo preciso, un po’ troppo rapido, viene verso gli avventori con un passo un po’ troppo vivace, si china con troppa premura, la voce, gli occhi esprimono un interesse un po’ troppo pieno di sollecitudine per il comando del cliente, poi ecco che torna tentando di imitare nell’andatura il rigore inflessibile di una specie di automa, portando il vassoio con una specie di temerarietà da funambolo, in equilibrio perpetuamente instabile e perpetuamente rotto, che perpetuamente ristabilisce con movimento leggero del braccio e della mano. Tutta la sua condotta sembra un gioco. Si sforza di concatenare i movimenti come se fossero degli ingranaggi che si comandano l’un l’altro, la mimica e perfino la voce paiono meccanismi; egli assume la prestezza e la rapidità spietata delle cose. Gioca, si diverte. Ma a cosa gioca? Non occorre osservare molto per rendersene conto; gioca ad essere cameriere. Non c’è qui nulla che possa sorprendere; il gioco è una specie di controllo e di investigazione. Il ragazzo gioca col suo corpo per esplorarlo, per farne l’inventario; il cameriere gioca con la sua condizione per realizzarla. Quest’obbligo non differisce da quello che si impone a tutti i commercianti; la loro condizione è tutta di cerimonia, c’è la danza del droghiere, del sarto, dello stimatore, con cui si sforzano di persuadere la loro clientela che non sono altro che un droghiere, uno stimatore, un sarto. Un droghiere che sogna è offensivo per il compratore, perché non è più assolutamente un droghiere. Cortesia esige che egli si comporti nella sua funzione di droghiere, come il soldato sull’attenti si fa cosa-soldato con lo sguardo diritto che non vede, non è fatto per vedere, poiché è il regolamento e non l’interesse del momento a determinare il punto che deve fissare («lo sguardo fisso a dieci passi»). Ecco tante precauzioni per imprigionare l’uomo in ciò che è. Come se vivessimo nel timore perpetuo che ne sfugga, ne trabocchi, eluda improvvisamente la sua condizione”.

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