- Articoli di Psicologia clinica
- da interattivamente
- 5 Maggio 2025
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La nudità dell’umano: corpo esposto, soggetto smarrito
L’illusione dell’esistenza attraverso l’esposizione del corpo
In un tempo in cui l’apparire ha soppiantato l’essere, il corpo viene posto in vetrina non più come spazio dell’identità incarnata, ma come unico indizio residuo di esistenza. È la paradossale condizione dell’umano contemporaneo: esposto, disabitato, derealizzato.
Espropriazione dell’interiorità
La soggettività moderna, già indebolita dalla crisi delle grandi narrazioni, appare oggi definitivamente espropriata del suo palpito interiore. L’esperienza del sé non è più ancorata all’intimità o alla memoria, ma alla visibilità. Come ha osservato Foucault, il corpo è da tempo lo scenario privilegiato del potere: ora, però, è divenuto anche il solo certificato del sé, surrogato dell’identità perduta.
Disancoramento identitario
Il soggetto contemporaneo è sradicato: né ancorato a una storia, né inscritto in un’appartenenza simbolica. Il sé è liquido, mutevole, reversibile. In questa desertificazione del senso, l’identità si fa performativa, e il corpo diventa palcoscenico. Judith Butler ha descritto questo processo nella sua teoria della performatività del genere, ma oggi potremmo estendere il concetto all’intera costruzione del sé: non siamo, agiamo apparendo.
Corpo esposto, soggetto cancellato
Esporre il corpo diventa allora un atto disperato di auto-affermazione. Non c’è più un “io sento, dunque sono”, ma un “mi vedono, dunque esisto”. La proliferazione delle immagini corporee sui social media è lo specchio di un’angoscia ontologica: senza sguardi, non c’è traccia di sé. Ma questa sovraesposizione non conferma la presenza: ne sancisce l’assenza. Il corpo esposto è, spesso, un corpo vuoto, ridotto a superficie.
La trasparenza come violenza
Byung-Chul Han ha parlato della “violenza della trasparenza”: tutto deve essere mostrato, tutto deve essere visibile, nulla può più restare opaco, ambiguo, misterioso. Ma questa trasparenza assoluta non libera: svuota. Ciò che non può essere mostrato – dolore, desiderio, interiorità – viene silenziato. La profusione dei corpi esposti non colma il vuoto: lo moltiplica.
Il tramonto dell’umano?
La formula conclusiva è amara: non siamo più umani. O meglio: non siamo più quegli umani che abitavano la profondità, la relazione, la mancanza. In un orizzonte dove ogni senso è evaporato, resta il corpo – ma senza carne simbolica, senza dramma. Un corpo visto da tutti, ma abitato da nessuno.
Bibliografia di riferimento
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Agamben, G. (1995). Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. Einaudi.
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Bauman, Z. (1999). Liquid Modernity. Polity Press.
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Butler, J. (1990). Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. Routledge.
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Foucault, M. (1975). Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Einaudi.
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Han, B.-C. (2012). La società della trasparenza. Nottetempo.
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Laing, R. D. (1960). L’io diviso. Einaudi.
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Sennett, R. (1977). The Fall of Public Man. Knopf.
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Debord, G. (1967). La società dello spettacolo. Gallimard.

















