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Home › Blog › L’identità come processo: tra adattamento passivo e trasformazione attiva
  • Articoli di Psicologia clinica
  • da interattivamente
  • 31 Gennaio 2025
  • 0

L’identità come processo: tra adattamento passivo e trasformazione attiva

 

Introduzione

L’identità non è un’essenza statica, ma un processo epistemologico: non siamo, ma conosciamo e trasformiamo. Questa prospettiva, fondata su un’epistemologia evoluzionistica, ha profonde implicazioni per la psicologia, la psicopatologia e la nostra comprensione della natura umana.

Se il disagio psichico è una risposta adattativa all’ambiente, allora non si tratta di una patologia nel senso classico, ma di una soluzione. Tuttavia, non tutte le forme di adattamento sono uguali: esiste una differenza fondamentale tra chi interagisce attivamente con il mondo e chi si limita a reagire agli stimoli.

Karl Popper ha espresso questa differenza con un’immagine efficace: tra Einstein e l’ameba c’è un abisso epistemologico. L’ameba risponde in modo automatico all’ambiente, mentre Einstein costruisce teorie, le mette alla prova e le modifica. Questa distinzione è essenziale per comprendere la psicopatologia e il destino evolutivo dell’essere umano.

Sinolo di biologia e cultura

Aristotele definiva il vivente come un sinolo (σύνολον), ossia l’unità inscindibile tra materia (biologia) e forma (cultura, esperienza). L’identità non è mai solo un dato biologico, né soltanto una costruzione culturale: è il risultato dell’interazione tra struttura ed esperienza.

Goethe lo esprime con una metafora potente: “Se l’occhio non fosse solare, mai potrebbe vedere la luce del sole”. In altre parole, la nostra esperienza del mondo dipende sia dalla nostra struttura biologica (l’occhio), sia dall’ambiente con cui interagiamo (il sole).

Trasportando questa idea nella psicologia, possiamo dire che l’identità non è un’entità fissa, ma un processo dinamico di adattamento tra struttura ed esperienza. E questo vale anche per il disagio psichico.

Psicopatologia: il disagio psichico come soluzione

Tradizionalmente, la psicopatologia è stata vista come un’anomalia, un errore da correggere. Ma se adottiamo un approccio epistemologico ed evoluzionistico, il disagio psichico appare sotto una luce diversa: non è il problema, ma la soluzione.

Ogni sintomo psichico è una risposta adattativa dell’organismo a un ambiente che minaccia la sua coerenza. Ad esempio:

L’ansia è un sistema di allerta utile nei contesti di pericolo. Se diventa cronica, è perché l’ambiente continua a essere percepito come minaccioso.

La depressione può essere una strategia di risparmio energetico in situazioni di perdita e impotenza.

Il disturbo ossessivo-compulsivo è un tentativo di creare ordine in un mondo percepito come caotico.

La psicosi è una riorganizzazione estrema della realtà quando la coerenza identitaria è messa in crisi.

Ogni disturbo, quindi, non è un malfunzionamento, ma un tentativo di sopravvivenza. Tuttavia, esiste una differenza cruciale tra adattamento passivo e adattamento attivo.

Ameba o Einstein? La differenza tra adattamento passivo e attivo

Konrad Lorenz ci ha insegnato che la conoscenza è un adattamento evolutivo: il nostro cervello si è sviluppato per interagire con il mondo in modo efficace. Ma non tutti gli adattamenti sono uguali.

Popper distingue tra due modalità di interazione con il mondo:

 

  1. Adattamento passivo (modello ameba)
  • Si reagisce agli stimoli in modo automatico.
  • Si ripetono gli stessi schemi senza modificarli.
  • L’ambiente determina il comportamento, senza riflessione critica.
  • L’identità rimane rigida, incapace di trasformarsi.
  1. Adattamento attivo (modello Einstein)
  • Si interagisce con il contesto in modo critico e creativo.
  • Si rielaborano le proprie esperienze e si modificano i propri schemi.
  • Non ci si limita a reagire agli stimoli, ma si costruiscono nuove possibilità di conoscenza.
  • Si sviluppa la metacognizione, cioè la capacità di riflettere sui propri pensieri e trasformarli.

Dal punto di vista psicopatologico, il problema non è il sintomo in sé, ma il rischio di “amebizzazione”, ossia di rigidità e mancanza di trasformazione.

Ad esempio, una persona con depressione può ristagnare in un’inerzia passiva, oppure può usare la sofferenza come spinta per riorganizzare il proprio modo di stare al mondo.

Allo stesso modo, l’ansia può essere un blocco oppure un’opportunità per sviluppare maggiore consapevolezza e capacità di gestione.

Implicazioni per la psicoterapia

Se il disagio psichico è una soluzione, allora la terapia non può essere un semplice tentativo di eliminare i sintomi. Deve essere un percorso di trasformazione.

  1. Dare senso al sintomo: invece di considerarlo un errore, chiedersi a cosa serve?
  2. Lavorare sull’ambiente: se il disagio è una risposta adattativa, anche il contesto deve essere preso in considerazione.
  3. Promuovere l’adattamento attivo: aiutare la persona a sviluppare nuove strategie per interagire con il mondo in modo più flessibile e creativo.

La terapia non deve limitarsi a normalizzare, ma deve ampliare il repertorio esperienziale del paziente, permettendogli di evolvere da un adattamento passivo a un adattamento attivo.

Conclusione

L’identità è un processo in continua trasformazione, un sinolo tra biologia e cultura, tra struttura ed esperienza. Il disagio psichico non è una patologia nel senso classico, ma un tentativo di adattamento all’ambiente.

La vera differenza non è tra chi soffre e chi non soffre, ma tra chi è capace di trasformare la propria esperienza e chi resta prigioniero di schemi rigidi.

Il compito della psicoterapia, allora, non è “riparare” l’individuo, ma aiutarlo a muoversi da un adattamento passivo a un adattamento attivo.

La domanda finale resta aperta: nella nostra vita, siamo più amebe o più Einstein?

 

Bibliografia

  • Aristotle. Metaphysics. (IV sec. a.C.)
  • Goethe, J. W. Maximen und Reflexionen. (1833)
  • Lorenz, K. Il declino dell’uomo. Adelphi, 1983.
  • Popper, K. Congetture e confutazioni. Il Mulino, 1972.
  • Seligman, M. Imparare l’ottimismo. Giunti, 1996.
  • Varela, F. J., Thompson, E., Rosch, E. The Embodied Mind. MIT Press, 1991.
  • Watzlawick, P., Beavin, J. H., Jackson, D. D. Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio, 1971.

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