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Home › Blog › Per un umanesimo nella giustizia: l’essere umano e la giustizia riparativa
  • Articoli di Psicologia giuridica
  • da interattivamente
  • 30 Marzo 2024
  • 0

Per un umanesimo nella giustizia: l’essere umano e la giustizia riparativa

Il concetto di punizione

Qualche tempo fa chiedevo a una bambina di 11 anni quale fosse lo scopo della punizione. Ne vennero fuori alcune riflessioni molto interessanti che qui vi riporto. Il dialogo andò più o meno così:

«Io penso» – dice la bambina – «che la punizione si dà quando qualcuno non rispetta le regole e serve a fargli capire che ha sbagliato. Ci sono ragazzi che lo capiscono e altri purtroppo che non lo capiscono e continuano a non rispettare le regole».

Riflessioni sulla punizione

«Molto bene» – le dico – «Prova ora a immaginare quelli che dopo la punizione arrivano a capire che bisogna rispettare le regole. Avrebbero capito ugualmente senza la punizione, se gli si fosse parlato correttamente? Se gli si fosse spiegato il senso della regola?» La bambina ci pensa un po’ e poi risponde: «Sì, avrebbero potuto capire anche senza la punizione». «Ora» – le dico – «Prendiamo in considerazione chi invece non arriva a comprendere. Secondo te, a quei ragazzi, cosa serve la punizione?». «A nulla» – mi risponde. «A questo punto che cosa abbiamo capito della punizione?» – le chiedo. La ragazza riflette un attimo e poi candidamente mi dice: «Abbiamo un problema. La punizione non serve a niente». Ecco la questione è tutta qui. Abbiamo un problema.

Origini della concezione di male e riparazione

Nella storia, l’essere umano si è sempre confrontato con il tema del male, interrogandosi sulle sue origini e soprattutto su quale fosse la forma per riparare i danni che il male aveva procurato. Solo in seguito si è posto il tema di come arginarlo e prevenirlo. È presumibile che la creatività umana abbia escogitato diverse modalità per far fronte ed elaborare il male, inteso come tutto ciò che arrechi un danno, ma di quella diversità di risposte oggi non n’è rimasta quasi alcuna traccia. Il modello che si è affermato nel corso del tempo è stato fondamentalmente uno, fondato su una sorta di reciprocità negativa in cui al male, al danno ricevuto, si risponde con un altro male. Questo modello, fatta eccezione per l’autodifesa, doveva rispondere al desiderio di ristabilire la condizione precedente all’avvento del male attraverso un’azione che fosse in grado appunto di ristabilire un presunto ordine perduto. Questo concetto di un presunto ordine che pretende di estendersi a tutto l’universo, e nel quale la propria esistenza è inserita, presuppone ovviamente una rappresentazione dell’essere umano, un’idea di ciò che si pensa di sé stessi e del gruppo a cui si ritiene di appartenere, una rappresentazione del proprio essere nel mondo, un’identità. Quale danno infatti si può mai procurare all’informe, all’indeterminato? Solo quando si determina un’identità, delle prerogative, delle caratteristiche, una memoria e un progetto ecco che il male fa la sua comparsa come rappresentazione di tutto ciò che può ledere quell’identità. Solo quando ho dato forma all’acqua che questa acquista identità. Solo quando ho circoscritto i suoi limiti che questa diviene pioggia, mare, fiume, lago o sorgente. Solo così potrò conferirne un significato e un senso. Solo così riconosco il suo opposto e il suo complemento. Solo così potrò affermare per esempio che una sostanza è un contaminante dell’acqua e per questo dannosa per la sua integrità.

Concezione dell’essere umano e la lotta contro lo stato di natura

Ma qual è questa identità dell’essere umano che ha visto come modalità di riparazione al danno un approccio che oggi definiremmo omeopatico in cui similia similibus curantur, i simili si curino con i suoi simili, il male si cura con il suo simile? La radice della concezione dell’essere umano che sottende questo approccio è da individuarsi nel modo in cui alcuni gruppi umani immaginarono se stessi in relazione a ciò che Nietzsche chiama lo stato di natura. Lo stato di natura è inteso come la condizione di indeterminatezza, di caos, disordine e in ultima istanza come rappresentazione di caducità nelle quali si trovano forze tremende capaci di stritolare ogni speranza di sopravvivenza. Questa concezione dello stato di natura finisce per rappresentare il mondo, in contrapposizione all’umano. L’umano però inteso in forma esclusiva. La ricerca antropologica ci conferma che in diversi contesti culturali i nomi con cui le popolazioni si autodefinivano erano proprio “gli uomini”, “il popolo”, “il seme umano”, “la razza umana”. Ecco che i rappresentanti di altri gruppi diventavano “cani”, “scimmie” o peggio ancora “mostri”. La lotta contro lo stato di natura consiste quindi nel riportare l’umano alla propria condizione originaria. Questo significa non tanto affrontare direttamente lo stato di natura quanto piuttosto sconfiggerlo. Il nemico non è più dunque l’uomo, ma la natura stessa e tutte le sue manifestazioni. Tutto ciò che si può collocare al di fuori del recinto umano diventa una minaccia all’ordine costituito.

Il sacrificio come riparazione

Una delle modalità per riparare il danno è stato il sacrificio. Il sacrificio in tutte le sue forme, dal sacrificio umano al sacrificio animale e vegetale è stato visto come la risposta più appropriata al danno, al male. Ma di che cosa parliamo quando parliamo di sacrificio? Parliamo di offrire qualcosa di caro, prezioso, a delle forze che si pensa possano farci del male in modo da ottenere la loro benevolenza. Il sacrificio diviene dunque la modalità per riparare al danno arrecato da forze indistinte, impersonali, che esulano dalla sfera dell’umano. Il sacrificio dunque si fonda su una duplice relazione, quella con il sacro e quella con il divino. Il sacro è l’insieme delle regole che scandiscono il nostro essere al mondo. Il divino è ciò che le regole permettono di esprimere. Sacrificare dunque significa collocare se stessi al di fuori di queste regole, di questa sequenza di tempi che scandisce la nostra vita. Sacrificare significa ritirarsi da questo flusso temporale e spaziale per collocarsi in un altro spazio, in un altro tempo, in una dimensione parallela in cui il sacro e il divino si incontrano e si separano.

Il processo evolutivo della giustizia

Da queste considerazioni nasce il processo evolutivo della giustizia. Fin dall’antichità l’umanità si è confrontata con il problema del male e della sua riparazione. Le risposte al male e alla sua riparazione sono state molteplici e diverse. Solo in tempi recenti, l’essere umano ha cercato una risposta definitiva che sottendesse a tutte le forme di male e a tutti i danni arrecati. Tale risposta è stata di carattere giuridico. La giurisprudenza è dunque una delle forme più recenti di risposta al problema del male e della sua riparazione. Ma come si è evoluta questa risposta? Si è evoluta da un punto di vista esclusivamente negativo in cui la risposta al male si risolveva con un altro male a una risposta positiva in cui il male veniva affrontato e superato con mezzi positivi. Questo passaggio non è stato né lineare né privo di tensioni. Anzi il passaggio da una giustizia retributiva a una giustizia riparativa è stato piuttosto lungo e complesso.

Principi della giustizia riparativa

I principi fondamentali della giustizia riparativa possono essere riassunti in quattro punti:

  1. Riconoscimento del danno: La giustizia riparativa parte dal riconoscimento del danno arrecato. Senza il riconoscimento del danno non è possibile avviare il processo di riparazione.
  2. Coinvolgimento delle parti interessate: Tutte le parti coinvolte devono partecipare al processo di riparazione. Nessuna parte può essere esclusa o ignorata.
  3. Responsabilizzazione degli autori: Gli autori del danno devono essere resi responsabili delle proprie azioni e devono essere coinvolti nel processo di riparazione.
  4. Riparazione del danno: La finalità principale della giustizia riparativa è la riparazione del danno. Questo può avvenire attraverso diverse modalità, tra cui il risarcimento materiale, la riconciliazione tra le parti e il ripristino del legame sociale.

Visione umanistica della giustizia

La giustizia riparativa si basa su una visione umanistica della giustizia, che pone al centro il benessere e la dignità delle persone coinvolte. Invece di concentrarsi solo sulla punizione degli autori del danno, la giustizia riparativa cerca di riparare il danno arrecato e di promuovere la riconciliazione tra le parti. Questo approccio si basa sull’idea che le persone hanno il potenziale per cambiare e per imparare dagli errori, e che la punizione spesso non è efficace nel promuovere tale cambiamento.

Sfide e prospettive

Nonostante i suoi principi fondamentali, la giustizia riparativa si trova di fronte a diverse sfide nella sua diffusione e attuazione nella società contemporanea. Tra queste sfide ci sono resistenze culturali e istituzionali, la mancanza di risorse e di formazione per implementare i programmi di giustizia riparativa, e la necessità di creare una cultura del dialogo e della riconciliazione all’interno delle comunità. Tuttavia, nonostante queste sfide, la giustizia riparativa offre un’alternativa umanistica e trasformativa alla giustizia retributiva, e può contribuire a promuovere una società più equa e solidale.


Bibliografia
• Friedrich Wilhelm Nietzsche, Genealogia della morale, Ed. Adelphi 1968
• Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano, Newton Compton Editori, Roma 2010
• Henri Hubert – Marcel Mauss – Saggio sul Sacrificio – Editrice Morcelliana, Brescia
2002
• Paradoxa -Trimestrale · anno XI · numero 4 – Fondazione internazionale Nova
Spes, Sesto Fiorentino 2017
• Pasquale Lattari, La giustizia riparativa Una giustizia “umanistica”. Una cultura
dell’”incontro” per ogni conflitto – Key Editore, Milano 2021
• René Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo – Ed. Adelphi,
2010
• Silo, Opere complete – Ed. Multimage,  2000

 

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