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Home › Sindromi da paura del successo (nikefobia)

Sindromi da paura del successo (nikefobia)

E’ apparentemente incomprensibile come un atleta, nell’affrontare il confronto agonistico, possa temere di vincere. Eppure questo fenomeno è tutt’altro che raro. Nell’ambito di queste sindromi possiamo distinguere le depressioni da successo e le inibizioni al successo, entrambe sostenute da profondi e perturbanti conflitti personali con cui alcuni individui vivono la situazione sportiva. Tali conflitti spesso nascono dai significati stessi attraverso cui è nominata e descritta la propria esperienza agonistica (i significati che attribuiamo al mondo, sono regole per il nostro agire), cioè si generano proprio dal senso che la persona attribuisce, in modo implicito o esplicito, alla pratica sportiva e al modo in cui viene ad incastonarsi nella sua vita.

Depressione da successo

Con depressione da successo si definiscono le reazioni disforiche ad eventi soddisfacenti. Si tratta di una depressione paradossa che talvolta segue al raggiungimento di un successo o di un vantaggio più o meno inaspettato.
Nello sport, così come in altri contesti della vita, questo fenomeno non è così raro. E’ il caso dell’atleta che, non appena conquistato un titolo importante, accusa un “inspiegabile” crollo della forma e dell’umore. Si tratta di un forte senso di insicurezza per cui si teme inconsapevolmente la responsabilità legata alle conseguenze del successo.
La depressione da successo, in termini molto generali, nel suo processo di costruzione di realtà assume più o meno la seguente forma: ogni volta che la tristezza prevale sulla gioia, come eco di un successo, significa che l’affermazione conquistata è vissuta come una colpa, dove la vittoria è la prova di un’aggressività che si è lasciata fluire in tutta la sua intensità più pericolosa. L’atleta vittorioso, pertanto, non può rallegrarsi per il successo sportivo perché si colpevolizza nell’intimo, in modo più o meno consapevole, e deve perciò autopunirsi rivolgendo contro di sé l’aggressività distruttiva che lui stesso stigmatizza e che gli ha comunque consentito di raggiungere il risultato, uccidendosi come atleta.
In più, un altro aspetto psicologico riguarda il fatto che la conquista di un record o di un importante obiettivo sportivo, risulta essere un potenziale fallimento per il resto della propria vita sportiva, cioè nel senso che è anche un impegno a ripetere a oltranza prestazioni di eccezione, un peso emotivo che costituisce il rovescio della medaglia di ogni grosso successo sportivo.
Un atleta, professionista o dilettante che sia, ha il dovere di essere sempre all’altezza delle sue prestazioni migliori: il pubblico lo esige, così come gli allenatori. I grandi atleti sono assai mitizzati e vissuti talvolta in modo particolarmente idealizzato, tanto che se si è disposti ad ammettere l’errore di un uomo o di una donna della strada, meno si è disposti a comprendere l’umanità di un eroe delle cronache sportive, del campo di gioco o della palestra.

Inibizione al successo

Sono forme dovute a più o meno velati sensi di colpa, che mettono l’atleta nella condizione di ricercare attivamente un processo di autopunizione catartica. In genere si tratta di complesse configurazioni psicologiche in cui il successo è ritenuto non solo un premio non meritato, ma anche il simbolo della realizzazione di inconfessati e illeciti desideri, che devono conseguentemente essere frustrati e temuti in quanto violano gli assetti normativi ed etici che l’atleta stesso ha interiorizzato come componenti costitutive della propria identità.
Disturbi di questo genere sono presenti in quegli atleti che rendono di più in allenamento, sciupano banali occasioni di successo, si sentono emozionati ed ansiosi durante la gara e perciò non rendono come potrebbero, oppure che vanno incontro ad incidenti con particolare frequenza.
L’inibizione al successo è la forma più eclatante di nikefobia. La sindrome è decisamente specifica. Può colpire atleti a tutti i livelli, dal più puro dilettante (anche in età scolare) al professionista più impegnato.
Il successo sportivo può provocare vari problemi, che sono più o meno noti e che possono creare delle grosse remore, spesso in modo inconsapevole, alla conquista di successi decisivi:

Isolamento sociale ed affettivo. L’affermazione sportiva di un ragazzo o di una ragazza provoca un notevole risentimento nei membri del suo gruppo. Gli amici gioiscono per identificazione con il o la fortunato/a, ma, nel contempo, lo osteggiano per invidia, pensano che lui o lei non abbia più bisogno di loro e arrivano a provocarlo/a per confermare l’ipotesi. L’isolamento può evidenziarsi anche a livello sentimentale: il ruolo del o della partner del neo-campione o della neo campionessa è delicato e vulnerabile. Spesso il partner non riesce ad adeguarsi al nuovo ritmo e tipo di vita a cui l’atleta è costretto e, ancora più spesso, si sente inadeguato al ruolo o decisamente inferiore ai presunti o agli effettivi rivali che il proprio compagno o la propria compagna potrebbero incontrare nel mondo sportivo di cui fanno parte. I tifosi possono costituire un nuovo oggetto d’amore, ma vengono subito riconosciuti come eccessivamente pretenziosi, ambivalenti, infidi. Le loro aspettative non sono mai realistiche, il loro amore è superficiale e bisognoso di continue conferme, il loro umore instabile e tutt’altro che rassicurante. Il neocampione si trova così improvvisamente e penosamente solo, catapultato in un mondo in cui si muove con l’impaccio timoroso di un astronauta sulla luna.
Sensi di colpa. La conquista del successo richiede una notevole aggressività. Questa ha bisogno di essere gestita con disinvoltura fin dall’età infantile affinché ce se ne possa avvalere impunemente al momento opportuno. Invece, esistono tuttora molti climi familiari in cui si tende a frenare la naturale aggressività dei bambini. Un’aggressività soffocata può avere due sbocchi: o resta inutilizzata a vita, ed allora l’individuo sarà sempre un emarginato, un succube, un debole, un passivo, oppure non sopporta tanta coercizione ed esplode, superando i limiti della sicurezza sociale e scadendo nella violenza. La condotta violenta non dipende da un’eccessiva aggressività ma da un “guasto” pedagogico nel controllo di un’aggressività che è pur sempre normale. L’impostazione anti-aggressiva di una certa educazione non fa altro che evocare fantasie compensatorie di violenza , sempre vissute con ansia, impotenza, ribellione, colpa. Lo sport richiede aggressività. Questa evoca esperienze infantili. Se si cresce nel culto del rifiuto dell’aggressività, lo sport è vissuto come un grosso rischio perché è un chiaro atteggiamento contro la famiglia. La vittoria è il frutto dell’aggressività, ma è anche la prova della liberazione e della legittimazione di ciò a cui non ci si autorizza o si proibisce, il che crea sensi di colpa, perplessità, esigenze autopunitive, stati d’ansia. In queste condizioni appare comprensibile che si possa aver paura di vincere.
Risentimento. A parte l’atteggiamento repressivo verso l’aggressività, molti climi familiari sono eccessivamente esigenti in merito ai risultati scolastici ed al rispetto delle regole educative. La punizione è frequente per ogni minima sbavatura, mentre la gratificazione viene concessa solo per prestazioni eccellenti. Purtroppo questo atteggiamento è diffuso anche nel mondo dello sport, dove molti allenatori sono eccessivamente restii a gratificare gli atleti per risultati appena buoni, esigendo sempre e soltanto prestazioni eccelse: questo atteggiamento è frustrante, deleterio, improduttivo. Un ragazzo o una ragazza cresciuti in un clima del genere possono nutrire una giustificata ostilità verso ogni autorità troppo esigente e cogliere ogni occasione per vendicarsi o colpirla , naturalmente a livello inconsapevole. L’eventualità di una vittoria di prestigio può essere quindi rifiutata al solo scopo di non gratificare chi non la merita, cioè un autorità esterna o solamente interiorizzata.
Razionalizzazione. Un atleta può avvertire il peso emotivo di un grosso successo, o solo avere un vago sentore dei problemi che incontrerebbe se vincesse; cioè può sentirsi candidato al destino della sindrome della depressione da successo. Il mezzo migliore per evitare di confrontarsi con se stesso sembra quello, di solito, dell’iper-razionalizzazione, allo scopo di rinviare alle “calende greche” la cosiddetta ora della verità e di sottrarsi con ogni scusa all’appuntamento con le gare più impegnative. Ci sono atleti che riescono a diffondere nell’ambiente la convinzione delle proprie grandi possibilità ma che teme di deludere nelle prove decisive. Allora, escogitano ogni stratagemma per evitare queste prove, con una serie pressoché infinita di impedimenti di vario genere, creati e sfruttati ad hoc più o meno consapevolmente.

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